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Cantari e fiabe: a proposito del problema delle fonti

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Cantari e fiabe: a proposito del problema delle fonti
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  Rivistadi Studi testuali VI-VII (2004-2005) ESTRATTO Edizioni dell’Orso  «Rivista di Studi testuali», VI-VII (2004-2005) Cantari e fiabe:a proposito del problema delle fonti 1. Vorrei discutere, in queste pagine, alcuni aspetti poco notidell’analisi della materia narrativa, cioè di quello che, una volta, sichiamava «lo studio delle fonti»: un problema che mi occupa daanni, ma che è ben poco presente, in effetti, nel panorama dei nostristudi, come dimostra già il fatto che non abbiamo neppure un nomeben preciso per definire questo tipo di lavoro ermeneutico.In particolare vorrei riflettere un poco su cosa siano le «fonti»per i filologi, su come si possano studiare, e su quale luce possanodarci per una corretta comprensione del testo. Tutto ciò, relativa-mente a un genere molto interessante della narrativa tardomedie-vale, il cantare, e, più in concreto, prendendo spunto dalla recenteedizione dei Cantari Novellistici dal Tre al Cinquecento , uscita percura di Elisabetta Benucci, Roberta Manetti e Franco Zabagli, conprefazione di Domenico De Robertis 1 , e da qualche altro lavoro ap-parso sull’argomento negli ultimi anni: per esempio il saggio  Allesrcini del Bel Gherardino di Maria Bendinelli Predelli, che è del1990, o le indagini compiute sulla Ponzela Gaia da Beatrice Barbiel-lini Amidei 2 . È giusto aggiungere, però, che le idee che cercherò diesporre hanno cominciato a ronzarmi in testa dopo la lettura di unvecchio saggio di Cesare Segre,  Lanval, Graelent, Guingamor  , uscitonell’ormai lontano 1959 3 , saggio che ha a mio avviso una notevole  –––––  1   Cantari novellistici dal Tre al Cinquecento , a cura di Elisabetta Benucci, Ro-berta Manetti e Franco Zabagli, 2 voll., Roma, Salerno editore (I novellieri italiani,vol. 17), 2002. 2 Maria Bendinelli Predelli,  Alle srcini del «Bel Gherardino» , Firenze, Olschki(Biblioteca dell’«Archivum Romanicum», vol. 236), 1990. Beatrice BarbielliniAmidei,  Il cantare della «Ponzela Gaia»: esempio di un genere-crocevia , in  Leletterature romanze del Medioevo: testi, storia, intersezioni  , Società Italiana diFilologia Romanza, V convegno nazionale, Roma, 23-25 ottobre 1997, Atti, a curadi A. Pioletti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000, pp. 45-62; ma si veda anche Ponzela Gaia. Galvano e la donna serpente , a cura di Beatrice Barbiellini Amidei,Milano, Luni, 2000. 3 Cesare Segre,  Lanval, Graelent, Guingamor  , in  Studi in onore di Angelo Monte-  Carlo Donà106 importanza teorica, in quanto applica con estremo rigore e congrande finezza quello che Segre chiama «il metodo ricostruttivo»,ma mostra per questa stessa ragione anche i limiti di un’impostazio-ne esclusivamente centrata sul documento letterario.Da tutti i lavori che ho citato si può desumere essenzialmenteuna cosa: il fatto che i filologi hanno, per così dire, una testa che è naturaliter  lachmanniana. Con ben poche eccezioni, infatti, per ilfilologo la genealogia dei testi tende a configurarsi secondo lineeprecise e, almeno in linea di principio, determinabili: questo ele-mento viene dalla tale opera, quello da quest’altra, il tal motivo èstato desunto dal tale autore, e via dicendo. Non per nulla, in-somma, la filologia moderna è figlia dello storicismo: perché, ovvia-mente, alla base di questo orientamento si cela il tacito presuppostoche la genealogia delle opere letterarie sia in sostanza analoga aquella degli individui, e che conoscere un’opera equivalga innanzi-tutto e soprattutto a conoscerne la storia di famiglia: la stessa idea,appunto, che ritroviamo alla base del paradigma lachmanniano 4 .Sul piano strettamente ecdotico, da Bédier in poi, la fondatezzadi questo metodo è stata spesso, giustamente, messa in discussione,focalizzando l’attenzione più sulle singole versioni manoscritte diun’opera che sul «testo» dell’archetipo, entità sempre largamenteipotetica, almeno per alcuni generi medievali. Per quanto riguardainvece il problema della materia narrativa non abbiamo, credo, an-cora iniziato un serio lavoro di riesamina dei nostri postulati: machiari indizi suggeriscono che è ora di farlo.Come mostrano, infatti, le edizioni e i saggi che ho appena citato– che, peraltro, continuano una linea di indagine risalente almenoalla fine del XIX secolo – i medievisti che si accingono al perigliosocompito di rintracciare le «fonti» della materia narrativa di un testo,ovvero che studiano i rapporti intercorrenti fra più opere tematica-  –––––  verdi  , Modena, Società Tipografico editrice Moderna, 1959, vol. II, pp. 756-770. 4 La parentela fra i due indirizzi è spesso evidente, anche a livello terminologico:cfr. per es. Segre, op. cit., p. 756: «È infatti evidente che dei tre lai si potrà fare,nella ricostruzione, un diverso uso, a seconda che si rappresentino i loro rapportisecondo una stemma tripartito (La; Gr; Gn), o bipartito (La; Gr, Gn), o chesenz’altro si debbano riconoscere rapporti di derivazione reciproca».  Cantari e fiabe: a proposito del problema delle fonti107 mente analoghe, partono da alcune premesse che, evidentemente inquanto ovvie, non vengono neppure esplicitate. Per esempio sicontinua, tacitamente, a seguire quello che chiamerei il postulatodell’unicità dell’opera, trascurando il fatto che parecchi testi medie-vali – i  fabliaux , per esempio – vivono della e nella loro contempo-ranea molteplicità. Oppure si presuppone anche per il Medioevo unmodello di circolazione letteraria valido in effetti soltanto dopoquest’epoca (cioè dopo l’Umanesimo) che prevede in effetti solo latrasmissione da testo a testo: e ci si spinge tanto innanzi in questadirezione da tentare in qualche caso ipotesi genetiche oricostruttive, o da ipotizzare l’esistenza di versioni interpositae , cheprendano un certo motivo da una certa opera per trasmetterlo a unqualche altro autore. A tutte queste pratiche d’indagine siamotalmente abituati che finiamo per trovarle naturali e aprioristica-mente convincenti. Ma non è detto che l’ovvio schema concettualesu cui si fondano queste ipotesi regga sempre e comunque: l’ovvietà,come sanno i matematici, è una compagna pericolosa, perché persua natura si situa spesso assai vicina all’errore.Nel nostro caso, in particolare, il paradigma monogenetico distampo lachmanniano non funziona sempre e comunque perché – equesto è il postulato alternativo su cui intendo fondarmi – nellatradizione medievale coesistono, effettivamente e realmente, duecontemporanee modalità di trasmissione testuale, quella orale equella scritta, o, meglio, quella popolare e «naturale» da un lato,quella letteraria e «artificiale» dall’altro. Queste due modalità, pur-troppo per il filologo lachmanniano, non sono autonome e indi-pendenti, ma si intrecciano e si mescidano liberamente, creandosempre, al livello dell’ inventio e della dispositio della materianarrativa, l’equivalente diegetico di quello che è, al livello ecdotico,una tradizione interpolata. Il peso di questa «interpolazione cultura-le» varia da genere a genere, da testo a testo, ma è comunque massi-mo nei generi nati a ridosso della tradizione popolare, come nel casodei cantari, appunto, o in quello del racconto breve di intonazionecomica (come i  fabliaux ) o meravigliosa (come i lais ). E, almeno incasi macroscopici come questi, non possiamo non tenerne debitoconto.  Carlo Donà108 Questa è, in estrema sintesi, la tesi che intendo dimostrare nellepagine che seguono.2. Per noi, abituati da secoli soltanto alla tradizione scritta edeffettivamente estranei, ormai, a quella orale, questa mescidazionefra registro della letterarietà e registro dell’oralità è, obiettivamente,difficile da cogliere. Ed è, purtroppo, ancor più difficile da dimo-strare, perché, ovviamente, verba volant  : cosicché i testi orali chehanno influenzato le nostre versioni scritte sono irrimediabilmentescomparsi, mentre le fonti letterarie spesso ci sono rimaste, ed èquindi particolarmente facile invocarle e sopravvalutarle.Tuttavia, almeno in alcuni casi, possiamo tranquillamente presu-mere, se non altro fondandoci su considerazioni di tipo probabili-stico, che questa sovrapposizione di tradizioni diverse abbia avutoluogo. Lo vediamo particolarmente bene nel caso del cantare  La Istoria di Campriano contadino , che risale alla fine del secolo XV.Si tratta in sostanza di un racconto di inganni, in cui Campriano,povero ma astutissimo, rifila a caro prezzo a due mercanti piuttostocreduloni una serie di finti oggetti magici (un asino cacadenari, unapentola in grado di bollire senza fuoco, un coniglio servizievole ingrado di correre da un luogo all’altro per portar le notizie, unatromba che resuscita i morti). Dopo aver spennato ben bene i duemercanti, Campriano non solo riesce a salvarsi dalla loro giusta ira,facendo uccidere un innocente al posto suo, ma è capace persino diindurre le sue vittime a gettarsi nel fiume, dando loro a bere (è ilcaso di dirlo) che così entreranno nel mitico Paese di Cuccagna.La storia, popolarissima nell’Italia dei secoli XV e XVI, ebbe, an-che a partire dal cantare, una ricchissima progenie letteraria: ne par-lano Aretino, il  Baldus folenghiano, Straparola, Michelangelo Buo - narroti il giovane e altri. Ma prima del Campriano che cosa c’è? Ifilologi rinviano, ovviamente, a un testo: un poemetto mediolatino,forse addirittura anteriore al Mille, il Versus de Unibove , compostonell’Europa del Nord e conservatoci da un solo manoscritto (il10.078-95 della Bibliothèque Royale di Bruxelles). Nell’ombra,però, di contro a questa esilissima e solitaria tradizione manoscritta,c’è una sterminata tradizione folklorica. Il racconto, infatti, ripro-
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