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Cantari, Fiabe e Filologi

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  C ARLO D ONA Universita` di Messina CANTARI, FIABE E FILOLOGI 1 . Queste pagine nascono a ridosso della recente raccolta di Cantari no-vellistici dal Tre al Cinquecento , edita per cura di Elisabetta Benucci, Ro-berta Manetti e Franco Zabagli, e posta sotto quello che potremmo defini-re l’alto patrocinio di Domenico De Robertis, autore dell’introduzione. 1 Sitratta, francamente, di un’edizione sciaguratella anzicheno`: sia per motivistrettamente filologici, come ha dimostrato in una lucidissima recensioneLuisa Rubini, 2 sia perche´ documenta nel modo piu`chiaro la grave crisiin cui versa in Italia, ormai da molti decenni, quello che una volta si chia-mava ‘‘lo studio delle fonti’’, cioe`, per dirla in modo piu`preciso, lo studiodei contenuti narrativi e della loro tradizione. Agli inizi del ’ 900 , Ezio Levi,curatore di una famosa raccolta di cantari leggendari, 3 si sentı`in dovere diaccompagnare i testi con un volume intero dedicato all’esame delle fontiutilizzate dai canterini; 4  per gli editori della silloge in questione, invece,questo aspetto e` evidentemente marginale e viene del tutto trascurato. Co-sı`, sebbene De Robertis affermi piu`di una volta, nell’introduzione generaleal volume, che nelle premesse ai singoli testi «e` ½ ...  esposta la storia, ossiasrcini, elaborazione, trasformazioni e fortuna di ciascuna narrazione, e so-no indicate radici (e pretesti) culturali e fonti», 5 i curatori delle singole edi-zioni liquidano sempre il problema delle fonti in poche, frettolose righe,che in ogni caso non aggiungono mai nulla di nuovo alle osservazioni delvecchio Levi: chiara testimonianza del fatto che questo tipo di studio, tantoamato dalla scuola storica, e` fatalmente passato di moda. 1 B ENUCCI – M ANETTI – Z ABAGLI 2002 . 2 R  UBINI 2003 . 3 L EVI 1914 . 4 L EVI 1914 1 . 5 B ENUCCI – M ANETTI – Z ABAGLI 2002 : pp. XXIX - XXX . — 147 —  Non e` detto, pero`, che si tratti di una rimozione giustificata: forse, lostudio della tradizione narrativa da cui derivano i cantari, ci puo` insegnareancora qualcosa, e puo` valere ancora la pena di intraprenderlo ex novo ,senza accontentarci dei risultati ottenuti sin qui. Questa e`, ridotta all’essen-ziale, l’idea che tentero` di difendere nelle pagine che seguono, cercando didimostrare in sintesi tre tesi. In primo luogo, che lo studio delle fonti vieneoggi non solo trascurato, ma anche affrontato con inaccettabili approssima-zioni di metodo e di merito. In secondo luogo, che questo approccio va ri-veduto e corretto rispetto alle metodiche con cui lo praticava la scuola sto-rica, ma e` assolutamente necessario per comprendere adeguatamente i testie per valutarli nel loro giusto valore. Infine, e soprattutto, che nel praticarel’analisi delle fonti non si puo` e non si deve tener conto soltanto della tra-dizione scritta, perlomeno quando si abbia a che fare con testi come i can-tari. Mi rendo conto che queste tre tesi possono sembrare, a priva vista,delle ovvieta`: e in effetti, forse, lo sono. Ma, come vedremo, mettere benea fuoco questi punti non sembra affatto superfluo. 2 . L’edizione Benucci – Manetti – Zabagli raccoglie in tutto 29 cantari,che dal punto di vista dei contenuti narrativi si presentano piuttosto varie-gati (abbiamo cantari novellistici in senso stretto, cantari religiosi, cantariarturiani ecc.), ma che nel complesso si possono distribuire in due grandicategorie, distinguibili con relativa precisione. Da un lato infatti, per circala meta` dei testi, possiamo identificare un’evidente matrice letteraria, inquanto i singoli cantari rielaborano, in modo facilmente riconoscibile, ope-re preesistenti e ben note. Dall’altro lato, per la restante meta` dei testi, nonconosciamo le fonti immediate e dirette dei canterini, che, secondo la vul-gata critica oggi prevalente, avrebbero composto autonomamente i cantariin questione, sia seguendo con una certa liberta` la traccia di opere preesi-stenti, sia, soprattutto, mettendo insieme con grande liberta` una specie di  patchwork di motivi e temi tradizionali, attinti dal repertorio romanzesco.Fra i testi appartenenti al primo gruppo possiamo ricordare, piu`o me-no nell’ordine in cui vengono presentati nella raccolta:  – Il libro di Fiorio e Biancifiore , che rielabora il Floire et Blancheflor  anti-cofrancese (risalente nella sua tradizione antica al 1150-1160 );– il Bruto di Bretagna di Antonio Pucci, fondato sulla storia del Brito Miles desunta dal De Amore di Andrea Cappellano;– il cantare di Piramo e Tisbe , di ovvia fonte ovidiana;– il Cantare di Vergogna , che senza dubbio traspone in ottave la preesisten-te versione prosastica di una storia agiografica risalente, in ultima analisi,alla Vie du Pape Saint Gre´goire antico-francese; CARLODONA — 148 —   – La dama del Verzu` , che sin dal titolo rinvia alla bellissima Chastelaine deVergi  ;  – Ippolito e Dianora , fondata su una novella forse attribuibile a Leon Batti-sta Alberti;  – La Lusignacca, Guiscardo e Gismonda , Griselda e Masetto da Lamporec-chio , che seguono da vicino celebri novelle boccacciane (rispettivamente:  Dec. V . 4 ; IV . 1 ; X . 10 ; III . 1 ).In qualche altro caso, pur non essendo dimostrabile la presenza di unafonte letteraria determinata (perche´ non possediamo il testo utilizzato dalcanterino come modello), la sua esistenza e` altamente probabile: per esem-pio perche´ il cantare si innesta all’interno di un corposo gruppo di testi chesvolgono lo stesso intreccio. Il discorso vale per almeno tre dei cantari an-tologizzati:– La Canzona dello indovinello , che ricorda da vicino parecchi fabliaux de-dicati alla assurda ingenuita` di ragazze vissute in stato di reclusione;  – Madonna Elena , che rielabora un testo (provenzale?) appartenente al cy-cle de la gageure , amatissimo nella letteratura medievale, e studiato comemeglio non si potrebbe da Gaston Paris; 6   – San Giovanni Boccadoro , che sviluppa un racconto agiografico a forti tin-te, anch’esso molto apprezzato sullo scorcio del Medioevo, e attestatoper esempio nel Viaticum Narrationum di Hermannus Bononiensis, non-che´ in parecchi testi agiografici volgari, tanto anticofrancesi e italiani chemediotedeschi. En passant  , e` forse il caso di dire che, almeno per questi ultimi tre testi,inquadrabili non a partire da una fonte, ma da una tradizione letteraria, leinformazioni fornite dall’edizione sono tutt’altro che esaustive. I riferimentibibliografici sono infatti esclusivamente italiani e comunque molto datati(per San Giovanni Boccadoro , per esempio, si citano solo le benemerite in-dagini di D’Ancona, ottime, nel loro genere, ma risalenti al 1865 e al 1889 :era doveroso citare almeno il libro che Brigitte Cazelles ha dedicato a que-sta storia nel 1982 ), 7 e, soprattutto, i dati forniti sono spesso molto impre-cisi. Nel caso della Canzone dello Indovinello , per esempio, il cappello in-troduttivo, dovuto ad Elisabetta Benucci, rinvia, sulla scorta di Varnhagene Varanini, al fabliau De la grue. 8 Ora, il tema del fabliau e` senz’altro simile 6  G. P ARIS , Le cycle de la ‘‘gageure’’ , «Romania», XXXII ( 1903 ), pp. 481-551 . 7 B. C AZELLES , Le corps de saintete´d’apre`s Jehan Bouche d’Or, Jehan Paulus et quelques viesdes XII  e  et XIII  e  sie`cles , Gene`ve, Droz, 1982 . 8 B ENUCCI – M ANETTI – Z ABAGLI 2002 : p. 252 . — 149 — CANTARI,FIABEEFILOLOGI  a quello del cantare, ma nella tradizione antico-francese esistono parecchialtri testi piu`vicini al racconto italiano: per esempio il fabliau De l’esqui-ruel  , in cui troviamo la stessa equazione metaforica pene/animaletto, o  De la dame qui demandoit aveine pour Morel  , che, a partire da questa stessametafora, sviluppa il motivo dell’insaziabilita` delle donne, presente anchenelle ultime ottave del cantare.Ora, la stessa approssimazione, ma, con piu`gravi conseguenze per lacomprensione del testo, si riscontra nel caso di altri cantari, per i quali icuratori dell’edizione si rilevano del tutto all’oscuro del fatto che i testida loro pubblicati rielaborino opere preesistenti. Su questi ultimi e` forseil caso di attardarsi un momento, se non altro perche´ esemplificano benela prima delle tesi che vorrei provare: il fatto cioe` che la ‘‘critica delle fonti’’viene praticata oggi in modo dilettantesco e approssimativo.Il caso piu`macroscopico (e piu`grave) e` forse quello di Florindo e Chia-rastella , una bella storia di predestinazione che ricorda un poco il mito diEdipo o la storia de La vida es suen˜o di Caldero´n. Gulisse, re di Spagna,incontra un povero contadino, che e` tuttavia «astrologo perfetto» ( 4 , 4 ),proprio nel momento in cui egli scopre che suo figlio, appena nato, e` de-stinato a ereditare la corona. Per evitarlo Gulisse, fattosi consegnare il neo-nato, lo squarta e lo getta via; ma contro ogni previsione il piccolo soprav-vive e viene adottato da un barone che lo educa secondo i canonicavallereschi. Cresciuto, e informato della propria condizione di trovatello,il ragazzo, che ha preso il nome di Florindo, parte alla ricerca dei genitori, egiunge proprio alla corte di Gulisse, dove ha la ventura di innamorarsi –ricambiato – dell’unica figlia del re, Chiarastella, e dove viene riconosciutodall’attonito sovrano che, pervicace, tenta nuovamente di eliminarlo invian-dolo dal fratello con una lettera che ne decreta l’immediata condanna amorte. Per sua fortuna, pero`, Florindo viene intercettato da Chiarastella,la quale, letta la lettera del padre, la sostituisce con una missiva che, vice-versa, impone allo zio di celebrare subito le nozze tra i due giovani. Il de-stino cosı`si compie, e poiche´ Gulisse muore repentinamente subito dopole nozze, a Florindo spetta la corona.Secondo Elisabetta Benucci, curatrice del testo: «Quanto alle fonti diquesta novella, anche se non conosciamo la fonte diretta, sono evidenti ri-ferimenti a miti biblici e classici, dove tutto ruota intorno ad una predizio-ne; tra le innumerevoli storie richiamate da questo cantare, si pensi, adesempio alla vicenda di Mose`». 9 9 B ENUCCI – M ANETTI – Z ABAGLI 2002 : p. 618 . CARLODONA — 150 —  In realta`, le fonti ci sono, ma sono ben altre. Il cantare infatti riprende,in modo tutto sommato molto fedele, una novella assai amata nel Medio-evo, la cui piu`antica attestazione, per quanto ne so, e` rappresentata dal Dit de l’Empereur Coustant  , pervenutoci sia in versione prosastica che in ver-sione poetica, e verosimilmente risalente alla seconda meta` del XIII secolo.Val la pena di osservare, sempre a proposito della decadenza degli studinell’ambito della ricerca sulle fonti, che il Dit  in questione e` stato editoper la prima volta proprio da uno studioso che aveva buona familiarita`coi cantari, Alexander Wesselofsky, il quale, nel lungo studio che accom-pagna la sua edizione del testo, ricorda esplicitamente Florindo e Chiara-stella. 10 Non sara` inutile ricordare anche che, al di fuori di Francia, questastoria ha avuto una grande diffusione, sia a livello colto o semicolto che alivello popolare. La ritroviamo, per esempio, in Goffredo da Viterbo, nei Gesta Romanorum e in altre consimili raccolte. Ma la ritroviamo anchein decine e decine di racconti popolari, diffusi in un’area assai ampia: sitratta infatti del tipo favolistico AT 930 The Propechy – studiato fra gli altridal grande Antti Aarne. 11 Tanto per dare un’idea della sua diffusione, ba-stera` dire che ne possediamo versioni in tutto il Nord Europa (solo in Li-tuania sono una cinquantina), nell’Europa continentale, meridionale eorientale, arrivando sino alla Turchia e all’India.Qualcosa di simile accade anche con il cantare di Stella e Mattabruna ,una delle tante storie di spose calunniate che ritroviamo nella narrativa me-dievale. La malvagia Mattabruna, madre di Oriano re di Spagna, aprofit-tando dell’assenza del figlio, calunnia la nuora, Stella e ne procura la rovi-na: quando Stella partorisce quattro bei bambini che portano al collo unacatena d’argento, li fa rapire, comanda che vengano soppressi e pone al lo-ro posto quattro cuccioli di cane, accusando poi la povera Stella di essersimacchiata del peccato di bestialita`. Oriano, tornato a casa, fa imprigionarela moglie in un terribile carcere, mentre i bambini, ritrovati nel bosco da uneremita, vengono allattati da una cerva e crescono rapidamente. Il piu`fortedi loro, Tasso, che porta «un ver segnal, senza magagna, / da poi del padreesser re di Spagna» ( 9 , 7-8 ), vendichera` la madre, uccidendo in un duellogiudiziario il gigantesco campione di Mattabruna, e ristabilendo i dirittidella verita`. Per Franco Zabagli, curatore del testo, abbiamo qui semplice- 10 A. W ESSELOFSKY , Le Dit de l’Empereur Coustant  , «Romania», VI ( 1877 ), pp. 161-98 , allap. 183 . 11 A. A ARNE , Der reiche Mann und sein Schwiegersohn , Hamina, Suomalaisen Tiedeakate-mian kustantama, 1916  , pp. 1-115 . — 151 — CANTARI,FIABEEFILOLOGI
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