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Mogli, fate e lupi mannari

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Mogli, fate e lupi mannari
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  Carlo DonàMOGLI, FATE E LUPI MANNARIIn queste pagine vorrei esaminare, assai brevemente, di un gruppo ditesti medievali che sono centrati sulla figura del licantropo. Si tratta essen-zialmente di cinque testi abbastanza noti nel branco – è il caso di dirlo –dei licantropologi:1) Il  Bisclavret  di Maria di Francia (ante 1189);2) l’anonimo  Lai de Melion (XII sec. ex.);3) la storia del cavaliere Biclarel nella prima redazione del  Renard leContrefait  (1319-1322);4) la storia di Sir Marrok nella  Morte Darthur di Thomas Malory (XVsec. ex.) e5) un racconto latino di datazione incerta, la  Narratio de Arthuro Rege Britaniae et Rege Gorlagon Lycanthropo 1 . 1.Le edizioni a cui faccio riferimento sono, rispettivamente:  Bisclavret  , in Maria diFrancia,  Lais , a cura di G. Angeli, Roma, Carocci, 2003, pp. 150-169;  Melion in  LaisFéeriques des XII  e et XIII  e siècles , présentation, traduction et notes par A. Micha, Paris,Flammarion, 1992, pp. 257-291;  Biclarel in G. Raynaud, H. Lemaire,  Le Roman de Renart de Contrefait  , Paris, S.A.T.F., 1914, pp. 235-39; Sir Marrok  in Thomas Malory,  La Morte Darthur , a cura di H. O. Sommer, London, 1889-1891, 3 voll., vol. I, cap. X,p. 790;  Narratio de Arthuro Rege Britanniae et Rege Gorlagon Lycanthropo (ma il tito-lo è moderno) in George Lyman Kittredge, «Arthur and Gorlagon»,  Harvard Studiesand Notes in Philology and Literature 8 (1903): 148-275. Per quanto riguarda la biblio-grafia secondaria sono innanzitutto utili alcune delle molte opere generali sui licantropi,quali Sabine Baring-Gould, The Book of the Werewolves , London, Smith, Elder & Co,1865 (Rpt. London, Senate, 1995); Philippe Ménard,  Les histoires de loup-garou au Moyen Age , in Symposium in honorem prof. M. de Riquer , Barcellona, Cuaderns Crema,1986, pp. 209-238; e soprattutto Gaël Milin,  Les Chiens de Dieu. La représentation du Loup-Garou en Occident (XI  e -XX  e siècles) , Brest, Centre de recherche bretonne et celti-que, 1993 (trad. it. a cura di J. V. Molle col titolo  Il Licantropo un superuomo? , Genova,ECIG, 1997). Circa la bibliografia specifica, mi limiterò a segnalare i seguenti titoli.  L’immagine riflessa , Quaderni, 8 (2005), pp. 117-130.  Sono opere su cui si è scritto parecchio. Non solo hanno trovato tuttedoverosa menzione nei molti saggi dedicati ai lupi mannari – da SabineBaring Gould e Willhelm Hertz a Gaël Milin –, ma hanno suscitato ancheuna notevole produzione specialistica, a partire dal fondamentale contri-buto di Kittredge su  Arturo e Gorlagone che è di giusto un secolo fa.Eppure, il mistero che circonda questi testi è rimasto inviolato: il senso diqueste storie, in realtà, ci sfugge. E devo dire che io non pretendo assolu- 118 Carlo Donà Bisclavret  : Manfred Bambeck, «Das Werwolfmotif im Bisclavret»,  Zeitschrift für roma-nische Philologie 89 (1973): 123-147, poi in Id., Wiesel und Werwolf. TypologischeStreifzüge durch das romanische Mittelalter und die Renaissance , hsrg. von F.Wolfzettel and H. J. Lots, Stuttgart, Steiner, 1989; Salvatore Battaglia, «Il mito dellicantropo nel Bisclavret», in Id.,  La coscienza letteraria del Medioevo , Napoli, Liguori,1965, pp. 381-389; Jeanne-Marie Boivin,«Bisclavret et Muldumarec: la part de l’ombredans les lais», in  Amour et merveille. Les Lais de Marie de France , études récueilliespar J. Dufournet, Paris, Champion, 1995, pp. 147-168; M. Faure, «Le  Bisclauret  deMarie de France, une histoire suspecte de loup-garou»,  Revue des Langues Romanes Montpellier LXXXIII (1978): 345-356; M. A. Freeman, «Dual natures and subvertedglosses: Marie de France’s  Bisclavret  »,  Romance Notes XII (1987): 5-26; G. Gros, «Oùl’on devient Bisclavret. Étude sur le site de la métamorphose (Marie de France,  Biscla-vret  , vers 89-96)», in  Miscellanea Mediaevalia, Mélange offers à Philippe Ménard  , t. I,Paris, Champion, 1998, pp. 573-583; D. B. Leshock, «The knight of the werewolf.  Bisclavret  and the shape shifting metaphor»,  Romance Quarterly XLVI (1999): 155-165; Giosué Lachin, «Bisclavret, Melion, Gorlagon»,  L’immagine riflessa N.S. II(1993): 251-270; J. V. Molle, «La nudité et les habits du ‘ garulf’ dans  Bisclavret  (etdans d’autres récits de loups et de louves), in  Le nu et le vêtu au Moyen Age (XII  e -XIII  e siècles) , actes du 25 e colloque du CUERMA, 2-3-4 mars 2000, Aix-en-Provence, Pu-blications de l’Université de Provence, 2001, pp. 255-269; M. Tomaryn Bruckner, «Of men and beasts in  Bisclavret  »,  Romanic Review 81 (1991): 251-269; F. Suard, «Biscla-vret et les contes du loup-garou. Essai d’interpretation», in  Mélanges Charles Foulon ,«Marche Romane», Liège 1980, t. II, pp. 267-76.  Melion : Jean Claude Aubailly,  La féeet le chevalier. Essay de mythanalyse de quelques lai féerique des XII  e et XIII  e siècles ,Paris, Champion, 1986, pp. 13-37, ‘  Melion’ et ‘Bisclavret’: le problème de l’Ombre .  Biclarel : C. Beretta, «Una tarda rielaborazione del  Lai de Bisclavret  di Maria di Francia:l’episodio di Biclarel nella prima redazione di  Renard le Contrefait  »,  Medioevo Romanzo 14 (1989): 162-77. Sir Marrok: Gaël Milin, «Le bon chevalier loup-garou et lamauvaise femme. L’histoire de Sir Marrok dans  La Mort d’Arthur de Thomas Malory»,  Le Moyen Age 100 (1994): 65-80.  Arturo e Gorlagone : Haggerty Krappe, «Arthur andGorlagon», Speculum VIII (1933): 209-222; Gaël Milin, «Pour une lecture ethnologiqued’  Arthur et Gorlagon , conte de loup-garou du XIVe siècle, in  Journées d’études sur la Bretagne et les Pays Celtiques , KREIZ 2, Centre de Recherche Bretonne et Celtique,Université de Bretagne Occidentale, Brest, 1991-1992, pp. 163-199.  tamente di riuscire a svelare questo mistero; mi contenterò di raccoglierequalche disperso dato che a mio avviso può essere utile per decifrarlo.Dato che lo spazio a mia disposizione è assai limitato non darò il rias-suntino di queste storie. Basterà dire che raccontano, in pratica, la stessavicenda, narrando, con sensibili differenze di dettaglio, ma con fondamen-tale uniformità, la storia di un esponente della nobiltà che è anche unlicantropo. Si noti: un esponente della nobiltà: Bisclavret è «unber» (v.15); Melion riceve un feudo (v. 61) da Artù; sir Marrok è per antonomasia«the good knyghte»; mentre Gorlagon è addirittura un re. E, sia detto perinciso, non è l’unico re-licantropo che la tradizione medievale ricordi:Sigeberto di Gembloux († 1112), infatti, in un passo del suo Chronicon che, per quanto ne so, è rimasto sino ad ora del tutto ignorato, ci parla diun Bajanus, figlio di Simeone I di Bulgaria, il quale «in arte magica adeovalebat, ut quoties vellet lupus vel quaelibet fera fieri videretur» 2 .Il contrasto rispetto ai licantropi classici del Cinquecento e del Sei-cento, quelli che conosciamo attraverso i processi dell’inquisizione, PierreBourgot, Gilles Garnier, Pierre Gandillon, Roulet, Jean Grenier, non po-trebbe essere più netto. Questi ultimi sono sempre dei poveracci del piùinfimo ceto sociale, spesso con evidenti tare psichiche – in un paio di casii giudici notano che sono quasi incapaci di parlare – e le loro sono storie,tremende, di emarginazione, di povertà e di solitudine. Non così per i pro-tagonisti dei nostri racconti; sempre inseriti nella più alta società del lorotempo, rispettati e apparentemente felici, sebbene possiedano una doppianatura quantomeno inquietante. Ciascuno di loro, infatti, periodicamentesi trasforma in lupo o ha la possibilità di farlo, e in questo stato commetteverosimilmente crimini e atti di predazione, perché, come afferma Mariede France, il lupo mannaro (« garvalf  ») «est beste slvage; / tant cum il esten cele rage / hummes devure, grant mal fait, / es granz foreste converse evait» (  Bislcavret  , vv. 9 ss.). Vale la pena di osservare che lo stato di questiuomini-belva sembra essere a suo modo equilibrato: il racconto non li pre-senta mai come dei mostri e non insiste mai sulle loro malefatte. La crisiinterviene allorché la moglie del cavaliere-lupo viene a conoscenza dellesue abitudini metamorfiche ovvero delle modalità della trasformazione.Allora la donna, che è sempre infedele, fa in modo che il marito non possaritornare allo stato umano: per esempio sottraendogli il mezzo magico chepermette la metamorfosi. Imprigionato nella sua forma lupina il cavaliere  Mogli, fate e lupi mannari 1192. Sigeberti Gemblacensis Chronica , a. an. 967, PL CLX.  vaga infuriando per un lungo periodo di tempo; e le sue malefatte – sem-pre descritte con sobrio distacco – fanno infine sì che contro di lui si sca-teni l’ira del re, che organizza una gran caccia per prendere l’orrendabestia. Messo alle strette, il lupo si salva prestando omaggio al sovrano, equesti, immediatamente e senza esitazione, prende la belva sotto la suaprotezione, e la conduce a corte, dove il metamorfo finisce per imbattersinella donna fedifraga o nel suo amante. Li assale, in qualche caso provo-cando loro danni fisici permanenti, e viene a sua volta assalito dai corti-giani. Il re, però, difende risolutamente la bestia e, compiute le necessarieindagini, scopre come sono andate in effetti le cose. Il lupo viene allorarestituito alla forma umana, e la donna riceve per lo più una punizioneadeguata alla sua nequizia.Come interpretare queste storie? O meglio, che cosa ci raccontano inrealtà?George Kittredge, Alexander Krappe e, più recentemente, LaurenceHarf Lancner hanno avvicinato questi racconti alle fiabe di tipo AT 449 The Tsar’s dog 3 , che, secondo lo schema canonico di Aarne e Thompson,comprendono la seguente sequenza motivica. 1) Una moglie infedele tra-sforma il marito in cane; 2) l’uomo si pone in questa forma al servizio diun re (e spesso lo aiuta salvando suo figlio); 3) tornato a casa, viene tra-sformato dalla donna in uno sparviero che 4) viene catturato da un mago.Costui gli restituisce forma umana e gli insegna come fare per trasformarela donna in una giumenta. Chi si intende un poco di fiabe avrà riconosciu-to in questo schema un bel racconto delle  Mille e una notte , la storia diSidi Numan.Che questo tipo favolistico sia collegato ai nostri racconti è indubbio:soprattutto  Arturo e Gorlagone ha chiaramente subito l’influsso di questogenere di storie. D’altronde, chi frequenta la tradizione popolare sa chemolto spesso storie con particolari simili finiscono per ibridarsi: è come senella memoria collettiva divenissero contigue, e fossero quindi predestina-te a sovrapporsi almeno in qualche misura. La prova di questa ibridazione – lo notava già Reinhold Köhler nelle annotazioni alla fondamentale edi- 120 Carlo Donà 3.Cfr. Kittredge, «Arthur and Gorlagon»,  passim ; A. H. Krappe,  Balor with the Evil Eye ,New York, Institut des etudes francaises, Columbia University, 1927, pp. 80 ss.; Id.,  Arthur and Gorlagon , e L. Harf Lancner, «La métamorphose illusoire: des théories chré-tiennes de la métamorphose aux images médiévales du loup-garou»,  Annales I (1985):208-226; soprattutto pp. 217 ss. Ma cfr. anche Milin,  Il licantropo , pp. 100 ss.  zione dei  Lais di Marie de France di Karl Warnke 4  – si ha in un raccontodel  Maasel-Buch yiddish (1602), che segue da presso lo schema di AT449; ma anziché un cane l’uomo diviene in questo caso un mannaro, e lodiviene, come in  Melion , perché sua moglie lo tocca sulla testa con unanello fatato che provoca la metamorfosi.E tuttavia, non mi pare che tra le fiabe di tipo AT 449 e i nostri raccon-ti sul licantropo vi sia qualcosa di più che una casuale vicinanza e una acci-dentale commistione. Le storie medievali presentano infatti a ben vedereuno schema del tutto diverso rispetto a quello del canovaccio folklorico.Nei racconti medievali la moglie, per quanto malvagia, appare semprecome una donna normale, infedele o spaventata dalla natura anomala delmarito. Nella fiabe, viceversa, essa è una strega che possiede spesso trattiinferici fortemente accentuati: nella versione delle  Mille e una notte , peresempio, è l’amante di un Ghul e frequenta nottetempo i cimiteri percibarsi di cadaveri (cioè si comporta esattamente come un lupo manna-ro!). L’uomo, al contrario, che nelle fiabe è un essere del tutto normale,coinvolto suo malgrado in una faccenda più grande di lui, nei testi medie-vali possiede sempre indipendentemente dalla moglie il potere metamorfi-co e, almeno in  Bisclavret  e in  Melion , ne fa sicuramente uso. Quindi egliè di per sé un essere a cavallo tra i due regni, fra la corte e la selva, fra l’a-nimalità e l’umanità. E i racconti, è il caso di aggiungere, non fanno mini-mamente supporre che al termine dell’avventura egli perda le sue consue-tudini metamorfiche. Con ogni evidenza, restando in possesso del mezzomagico che assicura la trasformazione, il protagonista resta un lupo man-naro, almeno potenziale, sino alla fine dei suoi giorni.Queste osservazioni consentono, credo, di tirare una prima conclusio-ne: le fiabe di tipo AT 449 e i nostri racconti rappresentano effettivamentetipologie narrative contigue e commiste, ma sono in realtà affatto distinte:anzi a ben vedere si tratta di tipologie simmetriche (e quindi inverse) cheveicolano a quanto pare significati del tutto diversi. Se nelle fiabe, con laloro classica struttura chiastica, abbiamo sostanzialmente una sorta di con-trappasso metamorfico, i racconti medievali sembrano alludere a unarealtà più variegata e complessa, in cui le categorie di buono e di cattivo,di giusto e d’ingiusto perdono peso e consistenza. Solo il principio di fe-deltà, asse portante del sistema di valori feudali, sembra reggere: in quan-  Mogli, fate e lupi mannari 1214.  Die lais der Marie de France , hsgg. von K. Warnke mit vergleichenden Anmerkungenvon R. Köhler, Halle, Saale («Bibliotheca Normannica», 3), 1900, pp. XCVIII-CVII.
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