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Sensi e senso comune. La sinestesia come struttura basilare del consenso

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Sensi e senso comune. La sinestesia come struttura basilare del consenso
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  Senso e sensibile · Prospettive tra estetica e filosofia del linguaggio202 1. Introduzione Uno dei punti teorici in cui la dimensione sensibilee quella linguistica si intersecano è l’analisi del sensocomune nella sua doppia valenza di senso percettivo esenso linguistico.In quest’ambito, una delle nozioni chiave che sta a ca-vallo tra le due sponde semantiche del senso comune èla nozione di synaisthesis , termine greco composto da syn  (insieme) e aisthesis (sensazione o percezione), che, in li-nea generale, rimanda all’idea di un percepire insieme.Prendendo le mosse dalla definizione aristotelica disinestesia come co-sentire 1 , come dispositivo biologicosrcinario e pre-linguistico che fonda la vita in comune,si cercherà di mostrare che ruolo abbia questo sentirecondiviso nel passaggio al senso comune che ha a chefare col consenso retorico.Si proverà a far vedere in che misura la sinestesia co-stituisca uno dei presupposti del consenso, una dellecondizioni di possibilità della creazione di uno spaziodella certezza (intesa in senso vichiano-wittgensteinianoe non cartesiano), e che questo modo di intendere lasinestesia è un modo per rimettere in gioco la dimensio-ne personale (intendendo il termine persona in senso pe-relmaniano) nelle pratiche argomentative. Dimensioneche, invece, viene spesso accantonata nelle teorie con-temporanee.Si assumeranno come presupposti una prospettiva an-tropo-retorica e due premesse della retorica aristotelica:(1) Lo spazio vitale della retorica è quello dell’azione, ilcui oggetto è ciò che può essere diversamente da com’è(Cfr. Aristotele, Rh. , 1357a 13-15,  EN  , 1140b 1-2);(2) La caratteristica ineliminabile e costitutiva dell’atti-vità pratica è l’incertezza (Cfr. Aristotele,  Rh. , 1357a 5sgg.,  EN  , 1112a 18, 1112b 33). 2. Sfumature del termine synaisthesis In prima battuta si rende necessario rivolgere l’atten-zione alla questione terminologica e chiarire cosa si in-tende per synaisthesis .Da una breve panoramica sugli studi sulla sinestesiaemerge che il termine viene adoperato con diverse sfu-mature. Riassumendo e semplificando, possiamo distin-guerne quattro:(1) In un primo senso la sinestesia indica il carattere po-lisensoriale della percezione, la possibilità di percepiresimultaneamente uno stesso oggetto per mezzo di sensidiversi;(2) In una seconda accezione l’esperienza sinestetica èquel fenomeno psichico considerato patologico, presen-te in almeno il 4% della popolazione (secondo un datodi Simner et al. 2006), di cui la forma più frequente èl’audizione colorata: un sinesteta è, per es., un indivi-duo che esperisce regolarmente un’impressione di violaquando sente lo squillo di una tromba, o che quandosente nominare un numero lo sente di un determinatocolore 2 ;(3) Il terzo uso della parola sinestesia si riferisce ad unafigura retorica, a quel particolare tipo di metafora chesi realizza attraverso l’accostamento di due termini ap-partenenti a due sfere sensoriali differenti. Esempio:“[…] all’ urlo nero della madre che andava incontro al fi-glio, crocifisso sul palo del telegrafo” (Quasimodo 1945,p. 41);(4) Il quarto tipo di sinestesia è quello su cui ci sofferme-remo. È l’accezione che si trova nelle opere di Aristotelee che può considerarsi come la matrice delle altre. 3. La synaisthesis nel Corpus aristotelico Aristotele affronta il tema della sinestesia come interdi-pendenza dei sensi (accezione 1) in varie opere, tra cuiil  De Anima , il  De somno et vigilia e il  De sensu .Quando distingue tra i sensibili propri  di ciascun senso e i sensibili comuni  a più di un senso di cui abbiamo una  per-cezione comune non utilizza però il termine synaisthesis , mala locuzione koiné aisthesis . Per sensibili propri  Aristoteleintende, per es., la vista per il colore, l’udito per il suonoe il gusto per il sapore, mentre un esempio di sensibilecomune è il movimento (come pure la quiete, il numero,la figura e la grandezza), perché un dato movimento èpercepibile sia al tatto sia alla vista (Cfr. Aristotele,  DA ,418a).Ma non è questa l’accezione di sinestesia aristotelicasulla quale ci soffermeremo, quanto piuttosto quellache emerge prevalentemente dalle opere di etica: la synaisthesis come co-sentire , come sensorialità condivisache funge da dispositivo biologico di base delle societàanimali 3 .Il termine synaisthesis compare nel Corpus aristotelico set-te volte: tre nell’  Etica Eudemia , due nell’  Etica Nicomachea ,una nell’  Historia animalium e una nel  De audibilibus . Seivolte in forma verbale e una volta come genitivo.Nelle  Etiche emerge all’interno delle riflessioni sulla po-liticità dell’animale umano e in particolare sull’amici- Roberta Martina Zagarella Sensi e senso comune. Lasinestesia come strutturabasilare del consenso E C  203 E|C Serie Speciale Anno VII, n. 17, 2013ISSN (on-line): 1970-7452ISSN (print): 1973-2716© 2013 AISS - Associazione Italiana di Studi SemioticiT. reg. Trib. di Palermo n. 2 - 17.1.2005 zia. Nell’  Etica Eudemia Aristotele afferma che “se viverevuol dire sentire e conoscere, il co-vivere equivale a co-sentire (1. synaisthanesthai   ) e co-conoscere” (Aristotele,  EE  , 1244b 24-26, trad. it. di F. Lo Piparo in Lo Piparo2003, p. 28).E in relazione all’amicizia: Quanto al fatto che ricerchiamo per noi e ci auguriamomolti amici, mentre contemporaneamente diciamo che chiha molti amici non ha alcun amico, entrambe le cose sonodette a ragione. Infatti, se è possibile vivere con molti e  par-tecipare con molti le proprie percezioni contemporaneamente (2. synaisthanesthai   ), è sommamente desiderabile che essi sianoi più numerosi possibile; ma, poiché ciò è difficilissimo, è ne-cessario che l’attività dell’ unire le percezioni (  3. synaistheseos)  sia riservata a pochi (Aristotele,  EE  , 1245b 20-25, trad. it.di A. Plebe). La quarta e la quinta occorrenza si trovano nel libro IXdell’  Etica Nicomachea , nel quale Aristotele ribadisce che: Il co-sentire (4. synaisthanesthai   ) (degli uomini) si forma nelco-vivere e nel partecipare-comunicarsi discorsi e ragiona-menti: questo infatti sembra che sia per gli uomini il co-vive-re e non, come per il gregge, il pascolare nello stesso luogo(Aristotele,  EN  , 1170b 10-14, trad. it. di F. Lo Piparo in LoPiparo 2003, p. 29). E aggiunge: “[…] La vita è desiderabile, e lo è soprat-tutto per gli uomini buoni, perché per loro esistere ècosa buona e piacevole (  giacché provano piacere co-sentendo(  5. synaisthanomenoi) ciò che è buono per sé   )” (Aristotele,  EN  ,1170b 3-5, trad. it. di C. Mazzarelli, corsivo mio).La sesta occorrenza del termine si trova nel libro IVdell’  Historia animalium (Cfr. Aristotele,  HA , 534b 18), nelcapitolo dedicato ai sensi degli animali, in cui Aristoteleutilizza il verbo (6. synaisthanetai   ) per affermare che gliinsetti avvertono da lontano l’odore degli oggetti.La settima (7. synaisthanesthai   ) si trova nel  De audibilibus  (Cfr. Aristotele,  DAud  , 803b 36) e indica l’incapacitàdell’orecchio di cogliere gli intervalli nella percezionedel suono.In generale, le rare occorrenze del termine nel Corpus  indicano un percepire condiviso e un afferrare o coglie-re. Volendo trarre una definizione più specifica dall’uti-lizzo del concetto nelle  Etiche , potremmo affermare chela synaisthesis è la facoltà biologica per mezzo della qualegli esseri viventi sentono congiuntamente e vivono insocietà. La synaisthesis non è una prerogativa del mon-do umano, ma un tratto appartenente anche al mondoanimale 4 . È una percezione condivisa da più individuiche nel caso degli animali umani si forma nel vivereinsieme e nel condividere discorsi e ragionamenti. 4. Co-sentire, simulazione incarnata e linguag-gio Oggi il synaisthanesthai  aristotelico trova riscontri nell’in-dagine sui neuroni specchio e sulla simulazione incar-nata, dalla quale emerge che esiste una forma diretta dicomprensione dell’altro che si fonda sulla simulazione,che sembra svolgere una funzione anche rispetto allacomprensione del linguaggio 5 .L’ipotesi di Gallese (Cfr. Gallese 2003) è che fin dall’ini-zio della nostra vita abitiamo e condividiamo con gli al-tri uno spazio interpersonale, che occupa un ruolo im-portante anche in età adulta. In questo spazio, quandoci troviamo di fronte ad un comportamento altrui (azio-ni, emozioni, sensazioni) che richiede da parte nostrauna risposta (reattiva o solamente attentiva) quasi maisiamo coinvolti in un processo di esplicita e deliberatainterpretazione. L’approccio simulazionista supportal’idea che lo spazio intersoggettivo di senso condiviso siasostenuto dal meccanismo funzionale della simulazioneincarnata, un meccanismo non conscio, automatico epre-linguistico (Cfr. Gallese 2003, 2006). Nell’uomo,come nella scimmia, l’osservazione dell’azione implicauna forma di simulazione della stessa. La simulazioneconsente di costruire un bagaglio di certezze implicitesu noi stessi e contemporaneamente sugli altri, dive-nendo il meccanismo sotteso a molti aspetti della cogni-zione sociale: un meccanismo di risonanza attraversocui il corpo modella le sue interazioni col mondo, chepermette di mappare il sentire e l’agire dell’altro e checostituisce il fondamento biologico della socialità.Poiché questo meccanismo non è una caratteristicaesclusiva dell’animale umano, bisogna domandarsiquale sia la specificità del synaisthanesthai  degli uominie analizzare la relazione che intercorre tra il co-sentirecome dispositivo biologico comune anche alle specienon umane e il linguaggio.A questo proposito, Patrizia Violi e Paolo Virno met-tono in luce due aspetti differenti e complementaridell’intreccio tra co-sentire e linguaggio.Patrizia Violi (Cfr. Violi 2003, 2004) propone il co-sentire aristotelico come precondizione necessaria, madi per sé non sufficiente, a spiegare il comportamentocomunicativo degli umani. In breve, nel dibattito sulladimensione pubblica del senso e nel tentativo di scardi-nare la doppia opposizione tra individuale e generalee tra privato e pubblico, Patrizia Violi pone l’accentosul fatto che né la comunicazione né la comprensionesono nozioni trasparenti, ma nonostante siano sfuma-te e sfuggenti devono essere postulate come qualcosa dinon troppo problematico. Le nostre modalità comuni-cative appaiono caratterizzate non tanto dalla presuntaregolarità dell’idealizzazione - sia sul piano dei signifi-cati linguistici sia su quello delle regole grammaticali -quanto dalla generale disponibilità ad accogliere il sensodell’altro . Almeno nel caso in cui vogliamo cooperare.Si tratta perciò di riconoscere non un senso già dato apriori nei termini, ma uno localmente definibile in baseal tempo, alla situazione e ad una modalità relazionale.È proprio l’esistenza di un principio di cooperazioneche va ripensata, secondo la Violi, in modo radicale:il principio di cooperazione non è un processo intera-  Senso e sensibile · Prospettive tra estetica e filosofia del linguaggio204 mente razionale e consapevole, ma si fonda sull’esisten-za di un dispositivo non linguistico di predisposizioneal senso in cui la disposizione alla relazione precede efonda la soggettività e il linguaggio stesso. E questo di-spositivo è rintracciabile nel synaisthanesthai  aristotelico:il co-sentire starebbe quindi alla base della relazione equesta a sua volta rappresenterebbe lo sfondo che rendepossibile la comunicazione. In quanto dispositivo bio-logico comune anche a specie non umane, esso sareb-be una precondizione necessaria ma non sufficiente aspiegare il comportamento comunicativo umano, chediventa però una nozione chiave per il necessario ripen-samento della soggettività, dell’intersoggettività e dellarelazione all’interno delle discipline che si occupano dilinguaggio.Se da una parte però il linguaggio è reso possibile dal  synaisthanesthai  , esso ha anche la capacità di lacerarel’srcinario co-sentire, cui si deve l’immediata com-prensione delle azioni e delle passioni di un altro uomo.Questo è l’aspetto su cui si concentra Paolo Virno (Cfr.Virno 2004). Invece di prolungare linearmente l’empa-tia neurofisiologica, il linguaggio la intralcia e a volte lasospende perché ha il potere di negare qualsiasi conte-nuto semantico. La negazione rende possibile all’uomodi non riconoscere il proprio simile, ma a sua volta puòanche togliere la contraddizione parziale o totale checrea con la simpateticità neurale. Ciò che distinguereb-be la socialità umana dalla socialità di altre specie ani-mali sarebbe quindi questa retroazione, questa tensionetra co-sentire naturale e pensiero proposizionale. Il ri-sultato della doppia negazione linguistica genera unasocialità in cui il discorso persuasivo prova a disattivarecostantemente la disattivazione del co-sentire provo-cata dal linguaggio, creando così una nuova forma disentire comune, caratterizzata dall’incertezza e da unequilibrio precario. Secondo Paolo Virno, lo spazio noi-centrico della simulazione incarnata e la sfera pubblicarappresentano perciò i due modi affini e incommensu-rabili in cui si manifesta l’innata socialità della menteprima e dopo l’esperienza della negazione. 5. Synaisthesis , retorica e consenso I due poli della costitutiva apertura agli altri - il co-sen-tire come condizione permanente e la sua fragilità - cre-ano un equilibrio instabile tra violenza e cooperazionenel quale si innesta la retorica. Quando si analizza laquestione da un punto di vista prettamente retorico 6 èpossibile vedere in che modo questi due poli siano in-trecciati e come le due sponde della nozione di sensocomune convivano nello spazio pubblico.Anzi, secondo Emmanuelle Danblon (Cfr. Danblon2012), solo il modello retorico della synaisthesis aristoteli-ca sarebbe in grado di spiegare come possa avvenire laricostruzione di un mondo comune che riplasmi l’em-patia e tenga conto del disaccordo.Tuttavia, il tipo di retorica che si adatta a questi scopiè esclusivamente una retorica in cui l’emergenza delleemozioni e la dimensione personale siano inseparabi-li dall’aspetto strettamente argomentativo. Cosa chenon è così scontata nelle teorie dell’argomentazionecontemporanee, in cui il  pathos e l’ ethos 7 vengono spessovalutati come elementi di disturbo e come fallacie. Se sivuole, invece, rimettere in gioco la dimensione perso-nale nell’argomentazione attraverso questo modo di in-tendere la synaisthesis , la nozione chiave è quella di con-senso, usato in questa sede come sinonimo di accordo.Le teorie dell’argomentazione contemporanee, frut-to della cosiddetta rinascita della retorica nel secondoNovecento, si occupano, tra le altre cose, dell’indaginesullo statuto dell’accordo. Nella struttura argomentati-va l’accordo si trova ai due estremi del processo: da unaparte l’accordo è il punto di partenza dell’argomenta-zione, dall’altra è ciò che ne risulta. Al primo possiamoassociare il co-sentire pre-linguistico, al secondo la suaversione post-predicativa. Il punto di partenza del cer-chio argomentativo è il co-sentire come dispositivo bio-logico. Su di esso si innesta il discorso persuasivo, il cuitentativo sarebbe quello di ricucire la lacerazione creatadal linguaggio e il cui risultato non è affatto detto checoincida con il consenso. I prodotti dell’argomentazio-ne stanno, infatti, in quel continuum che va dal perveniread un accordo all’assicurare una coesistenza nel disac-cordo (Cfr. Amossy 2011). Il consenso, in senso lato,ingloba perciò anche la polemica e quelle situazioni incui due posizioni divergenti si rivelano incommensura-bili. Ma, affinché si possa mirare ad un consenso finale,bisogna ammettere una forma pre-argomentativa di ac-cordo che dischiuda uno spazio della certezza retorica.È dunque necessario che l’accordo preliminare sia rico-nosciuto come elemento interno dell’argomentazione,cosa che era chiara già a Perelman e Olbrechts-Tyteca(Cfr. Perelman, Olbrecths-Tyteca 1958).La nostra prospettiva può definirsi antropologica proprioper l’attenzione epistemologica che rivolge alla sferadei fondamenti del discorso retorico. Se volessimo ri-formulare, a partire da quel che si è detto sulla synais-thesis , l’insieme di elementi di cui si costituisce il sensocomune preliminare si potrebbe dire che il poter essereinfluenzati e l’influire sugli altri per mezzo del discorsocostituiscono un tratto antropologico che ha come con-dizioni di possibilità:- il concetto di relazione;- il linguaggio;- l’intersoggettività riplasmata dal linguaggio che con-tiene in sé anche la violenza e la possibilità del non ri-conoscimento;- e la capacità di dare credito alla testimonianza deglialtri.Se il co-sentire sembra essere il fondamento biologicodelle prime tre precondizioni della persuasione, sembrache possa essere considerato anche il meccanismo dibase del cosiddetto  principio di credulità .  205 E|C Serie Speciale Anno VII, n. 17, 2013ISSN (on-line): 1970-7452ISSN (print): 1973-2716© 2013 AISS - Associazione Italiana di Studi SemioticiT. reg. Trib. di Palermo n. 2 - 17.1.2005 6. Synaisthesis e principio di credulità L’espressione  principio di credulità è stata coniata daThomas Reid. Nella  Ricerca sulla mente umana secondo i  principi del senso comune - nella quale l’autore esamina lefacoltà umane a partire dall’analisi dei cinque sensi -Reid paragona la percezione delle cose esterne ottenutaper mezzo dei sensi alle informazioni che riceviamo inbase alle testimonianze umane (Cfr. Reid 1764, p. 298).Secondo Reid, come sottolinea anche Marco Mazzeo(Cfr. Mazzeo 2005, pp. 56-62), la struttura corporea co-mune a tutti gli esseri umani costituisce la prima formadi apertura al mondo e l’impalcatura della conoscenzaumana. I sensi e le connessioni intersensoriali fondanoil senso comune ancorando le credenze alla percezionemultimodale.Per Reid la percezione e le informazioni ottenute dalletestimonianze degli altri sono due modi analoghi del-la conoscenza. La fiducia nelle dichiarazioni e nellatestimonianza degli uomini si trova nei bambini benprima che essi capiscano cosa sia una promessa (Cfr.Reid 1764, p. 301). Esiste perciò nella mente umanaun’anticipazione che non deriva dall’esperienza, dallaragione o da una convenzione, che è il principio del vi-vere dell’uomo in società affinché riceva dagli altri laparte maggiore e più importante delle sue conoscenze.Questo principio - il  principio di credulità - è una disposi-zione a confidare nella veracità degli altri, a credere aquello che ci dicono (Cfr. Reid 1764, p. 302).L’inclinazione a credere si conserva anche quando ibambini acquisiscono le nozioni di inganno e menzo-gna perché senza di essa nessuna proposizione sarebbemai nota prima di essere sottoposta a un esame in pri-ma persona. E poiché si manifesta con tutta la sua forzanei bambini e trova un limite nell’esperienza degli adul-ti, essa non è, secondo Reid, frutto del ragionamento odell’esperienza, ma è una disposizione naturale analogaa quella per cui siamo portati in braccio prima di impa-rare a camminare. La debolezza del bambino rivela chequesto sostegno è necessario. Fin quando non si imparaa sospettare ponendo un limite all’autorità da cui ini-zialmente si è totalmente dominati. 7. Conclusioni: la dimensione personalenell’argomentazione Questo tipo di riflessioni, che sono simili a quelle del  Della Certezza di Wittgenstein e che non sono estraneealla filosofia contemporanea, devono necessariamenteessere prese in considerazione in una teoria dell’argo-mentazione che voglia tenere conto della dimensionedella persona.Ciò che emerge da questo tipo di analisi e di ricerchecontemporanee è, infatti, un’idea di un soggetto biolo-gicamente insaturo e l’inscindibilità della triade aristo-telica ethos-pathos-logos .Per un verso, e questa è una strada già intrapresa 8 , ladimensione emotiva e incarnata torna, su basi nuo-ve, a essere elemento interno del discorso razionalecome nella retorica aristotelica; e lo diventa in modocosì preponderante che anche le teorie più asettiche enormative sono costrette a tenerne conto. Ma, dopo lasvolta dell’ embodiment  , inizia a essere considerata comeproblematica con più frequenza anche la dimensionedell’ ethos , che è la dimensione personale e relazionaledel discorso. In senso lato rientrano tra le questionidell’ ethos le dinamiche dell’affidarsi ad un altro, dell’au-torità, della responsabilità e della dimensione soggettivadel discorso, ma anche questioni come quella delle fontidel giornalismo o dell’ expertise e così via.Per fare un esempio, basti pensare che gli stessi teoricidella pragma-dialettica - uno degli approcci oggi domi-nanti, che analizzano la pratica argomentativa in ter-mini di regole e di mosse più o meno legittime per vin-cere una discussione - hanno recentemente elaboratoil concetto di manovra strategica per integrare la strutturaargomentativa dialettica con elementi retorici (Cfr. vanEemeren 2010).La retorica argomentativa si caratterizza proprio per ilruolo che in essa assume la dimensione soggettiva suentrambi i piani, emotivo e interpersonale. Quello chesembra permanere nelle teorie che vanno per la mag-giore, nonostante le presunte aperture retoriche deglistudi sull’argomentazione, è una certa reticenza neiconfronti del procedimento persuasivo, tanto che l’ap-pello alle emozioni e all’ ethos continua ad essere con-siderato fallace, e la maggior parte degli sforzi teoricisono volti a stilare liste di fallacie e di usi più o menoderagliati del discorso.Viene allora da domandarsi se la cosiddetta svolta ar-gomentativa della seconda metà del Novecento sia dav-vero avvenuta e si sia già in una nuova fase di diffidenzaverso la retorica, o se non si sia ancora compiuta deltutto.Va sottolineato che esistono scuole che oggi si occupanodi argomentazione assumendo una prospettiva retorica,ma si tratta di una posizione minoritaria. Alla maggiorparte delle teorie dell’argomentazione manca l’ideadi retorica come antropologia della parola pubblica ecome facoltà umana, l’idea che la retorica si innesti sumeccanismi biologici e che proprio questi meccanismisono ciò che la rende intrinseca alla politicità dell’ani-male umano. È come se, in primo luogo, il preferireun approccio normativo all’argomentazione implicasseuna perdita di vista delle dinamiche argomentative realiin favore di un’idealizzazione troppo forte. In secondoluogo, è come se vi fosse un residuo eccessivamente ra-zionalistico che impedisce una reale corrispondenza trateoria e pratica argomentativa, nonostante le apertureche tutte le teorie dell’argomentazione contemporaneedichiarano di fare nei confronti della pragmatica.E mi pare che molti problemi derivino da una scorret-ta concezione della soggettività nelle teorie dell’argo-mentazione. Se, invece, consideriamo il co-sentire comefondamento biologico dell’intersoggettività, se ripensia-mo il concetto di relazione, se guardiamo al linguaggio  Senso e sensibile · Prospettive tra estetica e filosofia del linguaggio206 come ciò che è reso possibile e al contempo lacera, maanche ripristina la possibilità di un consenso, la nozio-ne di soggettività che viene fuori è una soggettività chesi lascia più facilmente integrare in una teoria dell’ar-gomentazione perché coinvolge il soggetto in primapersona plurale. Il che significa sicuramente elaborareteorie molto più precarie da un punto di vista norma-tivo, ma anche avere a che fare con quelle eccezioniche nello spazio pubblico sono le più difficili e le piùimportanti da dibattere. Note 1 Traduzione proposta da Franco Lo Piparo. Cfr. LoPiparo 2003.2 Per queste due prime accezioni si rimanda a Mazzeo2005.3 Cfr. Lo Piparo 2003, Heller-Roazen 2007, Marks 2011.4 Cfr. Lo Piparo 2003, pp. 28-29.5 Cfr. per es. Gallese 2006, 2008, 2010; Gallese, Sinigaglia2011; Wojciehowski, Gallese 2011.6 Per punto di vista retorico si intende il punto di vista deglistudi contemporanei di retorica e teoria dell’argomentazionenei quali rivive il progetto aristotelico. Cfr. Danblon 2013,Kopperschmidt 2000, Piazza 2004.7 In questa sede si usano i termini  persona ed ethos comesinonimi, benché essi appartengano a due tradizioni retoriche- quella perelmaniana e quella aristotelica - che non consen-tono di sovrapporli in generale.8 Si pensi agli studi di Martha C. Nussbaum (Cfr.Nussbaum 2001), di Christian Plantin (Cfr. Plantin 2011), ecosì via. Bibliografia Amossy, R., 2011, “La coexistence dans le dissensus. La po-lémique dans les forums de discussion”, in “Semen”,31 | 2011, mis en ligne le 01 avril 2011, consulté le 13avril 2013, http://semen.revues.org/9051.Aristotele,  DA :  De Anima , ed. by W. D. Ross, Oxford,Clarendon Press 1956.Aristotele,  DAud  :  De Audibilibus , ed. by I. Bekker, Berlin,Reimer 1831-1870.Aristotele,  EN  :  Ethica Nicomachea , ed. by I. Bywater, Oxford,Clarendon Press 1894; trad. it. di C. Mazzarelli,  Etica Nicomachea , Milano, Bompiani 2000.Aristotele,  EE  :  Ethica Eudemia , ed. by I. Bekker, Berlin,Reimer 1831-1870; trad. it. di A. Plebe in Aristotele, Opere (vol. 8) , Roma-Bari, Laterza 1983.Aristotele,  HA :  Historia Animalium , ed. by I. Bekker, Berlin,Reimer 1831-1870.Aristotele,  Rh. :  Ars Rhetorica , ed. by W. D. Ross, Oxford,Clarendon Press 1959.Cappuccio, M., a cura, 2006,  Neurofenomenologica. Le scien-ze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente , Milano,Bruno Mondadori.Danblon, E., 2012, “La rhétorique ou l’art de pratiquer l’hu-manité”, in “Semen”, n. 34, pp. 19-34.Danblon, E., 2013,  L’homme rhétorique. 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