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Anatomia del miracolo. Le tre linee della fede - Il lavoro culturale

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Anatomia del miracolo. Le tre linee della fede - Il lavoro culturale
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  Martina Puliatti il lavoro culturale ISSN 2384-9274  Anatomia del miracolo. Le tre linee della fede www.lavoroculturale.org /anatomia-del-miracolo-alessandra-celesia/ L’obiettivo di Alessandra Celesia si fa largo tra la folla di “innamorati dellaMadre” (la Madonna dell’Arco) e ci racconta tre storie di vita. La ricerca della felicità. O meglio, la speranza che accada nel proprio futuro qualcosa dibello. Il bisogno tutto umano di credere in qualcuno che stia “al di sopra”, che possaguidarci, fare luce nei momenti di peggiore disperazione. Probabilmente, il volto tumefattodella Madonna dell’Arco, protagonista indiscussa – fin dal primissimo frammento –dell’ultimo film documentario di Alessandra Celesia,  Anatomia del miracolo  (2017),rappresenta tutto questo per i suoi devoti.Tra la folla di “innamorati della Madre” riconosciamo volti altrettanto lividi  , persone segnatenel corpo e nella mente dalla vita, da un dolore, ancorate alla fede come unica possibilità disalvezza. Ma c’è di più: Celesia si fa letteralmente largo dentro questa folla      ̶  quella deicompaesani che gravitano intorno al Santuario, collocato in provincia diSant’Anastasia      ̶  e ne estrae delicatamente tre soggetti, che diventano le tre lineemelodiche portanti dell’intera struttura filmica, tre diversi aspetti di quella fede che laregista intende raccontare da dentro . E da dentro, significa anche e soprattuttocominciare dal paese, da quel quartiere di fedelissimi che vive alle pendici del Vesuvio, epassa tutto l’anno ad aspettare e organizzare con apprensione il momento dellaprocessione dedicata alla Vergine in primavera, in cui il dolore privato si fa disperata 1/4  preghiera, nell’attesa di un miracolo. Nell’attesa che Lei possa ascoltare quelle urlastrazianti e decidere a chi rendere il Suo omaggio, rivolgendosi verso un prescelto tra lafolla di sventurati venuti ad acclamarla, in mezzo a quella calca che ha del teatrale tragi-comico, o messa in scena esasperata del dolore di un quotidiano dimenticato.La macchina da presa intende mostrare quello che la fede rappresenta oggi, per chi èdevoto e per chi si professa ateo, e lo fa procedendo per somme di volti ordinari, gestisemplici e parole spontanee, proprio laddove la credenza si insinua in qualche modo, inuno spaccato di realtà che Celesia raccoglie e rielabora poeticamente. Perché questaNapoli popolare è già in sé poesia incarnata o, se vogliamo, un ritratto dai toni blu plumbeo – Le Bleu miraculeux   è, appunto, il titolo srcinale del film     ̶  in cui riconoscersi, ciascunocon la sua speranza del cambiamento.C’è la folla di fedeli in perenne subbuglio, dunque; ma prima di tutto ci sono i singoliindividui con le loro storie di sofferenza. Si comincia con Giusy Orbinato, giovane in sedia arotelle per la quale la Vergine è davvero “una di famiglia”. Giusy è la donna nella quale siritrova il dolore incarnato     ̶  le ferite fanno parte del suo stesso corpo, il livido èprolungamento del Sé     ̶  , eppure è proprio questo il presupposto per la sua incredibileforza, quello che la spinge a non credere nei miracoli, ad approcciarsi alla fede conscetticismo e solo per ricerca, a domandarsi costantemente “perché proprio io” e arispondersi che può farcela benissimo anche così. A fronte di un corpo che non puòmuoversi, Giusy possiede l’elasticità della mente, l’interesse a scavare, seppure conqualche riserva, nelle ragioni dell’amore incondizionato per Maria, e questo passaattraverso il grande dono del dialogo: Giusy rappresenta, in questo caso, la linea dellaparola, attraverso la quale la fede si sottopone a dubbi e quesiti irrisolti, fa i conticon una razionalità che non può spiegarla, eppure la fede esiste ed esiste per molti. Ma la parola si trova qui in un incastro ideale con la ferita del corpo, con questo “ bleu ” cheGiusy accetta senza aspettarsi troppo il “ miraculeux  ”, e in lei diventa poesia, talvoltamusica     ̶   Vivere  di Vasco Rossi chiude il film, perché Vasco è il suo cantante preferito eperché questo resta, in fondo, il messaggio sostanziale     ̶  , ma anche forza simile a quelladella Madonna, che da sempre conserva quel suo livido al volto per rendersi riconoscibile. 2/4  C’è un altro corpo nel film, stavolta prestato completamente alla Chiesa e sottomesso allafede: è Fabiana Matarese, transessuale e devota. Fabiana viene mostrata nei momenti dimaggiore spontaneità del suo quotidiano: accerchiata da familiari e bambini che laadorano; libera di discorrere in un dialetto quasi incomprensibile, che però è la sua “linguadel cuore”. Questo corpo     ̶  e volto, non di rado inquadrato da vicino, assumendo le evidentifattezze di una Madonna incorniciata     ̶  è paradossalmente caldo come un ventre materno,aperto come lo spazio del mare in cui la vediamo disegnare un cuore sulla sabbia, in attesa – come tutti gli altri fedeli che cercano il loro miracolo di vita     ̶  , proprio come quandoaspetta l’arrivo della notte per battere le strade e ascoltare il silenzio della solitudine.Questa sarà, allora, la linea del corpo: corpo in divenire, corpo prestato alla fede,corpo della tenerezza umana; ma soprattutto, corpo in cammino verso l’amoredivino, mai stanco nella costruzione della sua fortezza, eretta a partire dalle piùmicroscopiche pratiche di vita comune. Un’ultima linea compare nel film, probabilmente la più importante per tesserne le filainterne del discorso narrativo e ritrovarne un’organicità che, a tratti, sembra venire meno.Sue Song, musicista coreana, rappresenta l’incontro eterogeneo di volti, lingue e tipologieumane, lei che si confronta con suore e ragazzini di nazionalità così diversa dalla propriaattraverso la sua arte, ma che è nello stesso tempo portatrice di memoria, con il suoviscerale legame familiare evidenziato dalla figura della sorella e dalle fotografie di casaappese alla parete.  Sue ha in sé un po’ della parola di Giusy e un po’ della fede diFabiana – con le quali, tuttavia, non si incontrerà mai –, eppure la sua ci sembraprincipalmente una linea del sogno , rivolta in direzione futuro : perché la vediamoimmaginare un amore universale, di dimensione “altra”, forse più con Dio che con un uomoin carne e ossa; perché la sua musica diventa motore di trasformazione positiva, nella suae nella vita delle persone che conosce, uno strumento di dialogo quando le distanze tra loro – soprattutto linguistiche – sono insormontabili; perché con lei scopriamo che il sensodel vivere è proprio nel «  processus de création perpétuel  » che ricorda le melodie di Mozart,ossia un flusso in divenire nel quale, forse, riconoscere un pezzo di paradiso; perché,infine, Sue desidera la maternità, e tenterà di trovarla sulla santa “sedia della fertilità” deiQuartieri Spagnoli, proprio come una Madonna, prova ultima di quanto la fede oltrepassi laragione e trovi rispondenza con i più profondi desideri dell’essere umano.Celesia costruisce come un puzzle la sua personale “anatomia del miracolo”, facendo diquesto documentario     ̶  sempre sull’orlo di trasformarsi in altro, in una finzione per quantovera, proprio come la fede     ̶  un corpo sezionato in parti tutte uguali e diverse, tutte membradi questa fede nella Madonna dell’Arco che traduce il sogno di rinascita di ciascuno.Che cos’è, allora, un miracolo? È il tessuto in cui si trovano inspiegabilmente intrecciateGiusy, Fabiana e Sue, in questa loro difficile umanità; è la strada della ricerca, dellacredenza e della speranza che, rispettivamente, esse rappresentano e calcano ogni giornodella loro vita.  O, come dice Sue, forse è semplicemente un riflesso di paradiso,venuto a interrompere per un attimo quel canto-vita che l’uomo spesso non(ri)conosce, smarritosi tra gli scetticismi e le delusioni della sua semplice esistenzaterrena. 3/4  4/4
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