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Appunti per una ricostruzione degli studi culturali italiani sulla razza

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in Gaia Giuliani (a cura di), La sottile linea bianca. Intersezioni di razza, genere e classe nell'Italia postcoloniale, in "Studi Culturali", 2013, pp. 253-344.
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  INTERSEZIONI DI RAZZA, GENERE E CLASSE NELL’ITALIA POSTCOLONIALE  — 323 —   Appunti per una ricostruzione degli studi culturali italiani sulla razza 24 di Gabriele Proglio Quest’ultimo intervento, che chiude la tavola rotonda, si propone di ricostruire il milieu   culturale che ha alimentato i recenti studi sulla razza in Italia, percorrendo sentieri disciplinari diversi. Lungi dal ricercare la completezza della letteratura prodotta, l’obiettivo è di contestualizzarne i contributi nella prospettiva di nuovi approcci allo studio dell’argomento scegliendo, in particolare, la lente privile-giata dell’intreccio tra costruzioni razziali, esperienza coloniale e condizione postcoloniale. 1. Orizzonti globali In Italia gli studi critici sulla razza compaiono molto in ritardo rispetto al dibattito internazionale. In parte le motivazioni riguardano la complessa ‘patologia del ri-cordare’ che interessa il paese e non si limita al solo fatto coloniale o al Fascismo, ma pare essere ben più estesa e ramificata. Infatti, le aporie come le amnesie, le rimozioni come le ricostruzioni posticce e talvolta persino le invenzioni del passato attraversano trasversalmente la storia italiana, lasciando in superficie solo l’evidenza del fattuale tra negazione e negoziazione, per dirla come Bhabha (1994, 43).Si pensi che le prime ricostruzioni storiche del colonialismo furono propo-ste da Giorgio Rochat nel 1972 ( Il colonialismo italiano  ) e da Angelo Del Boca nel 1965 ( La guerra d’Abissinia  ) e nel 1979 ( Gli italiani in Africa orientale. La conquista dell’impero  ) e che si dovettero aspettare gli anni novanta perché a de-mistificare il mito della bontà del colonialismo italiano, e dell’assenza di razzismo nelle colonie e in madrepatria, contribuissero le fondamentali ricerche del gruppo bolognese legato al progetto espositivo ed editoriale della Menzogna della razza   (1994) e al Seminario sul razzismo di Alberto Burgio e Luciano Casali, e i lavori di Franco Cuomo, Giorgio Israel, Pietro Nastasi.In Europa e oltreoceano, invece, gli stessi anni segnarono una cesura cultu-rale determinante, portando in auge un enorme dibattito sulla razza: se ne parlò nei border studies di Gloria Anzaldúa, nei gender e postcolonial studies   con le proposte femministe di Trinh Minh-ha, Gayatri Ch. Spivak, Chandra T. Mohanty, 24   In questa nota saranno per lo più assenti i riferimenti bibliografici delle autrici e degli autori presi in considerazione, sia per ragioni di brevità sia perché essa vuole limitarsi ad illustra-re il quadro teorico e il dibattito intellettuale in cui questa tavola rotonda si inserisce. Laddove sono citati i volumi è evidentemente perché il riferimento è a specifiche pagine o paragrafi.  TAVOLA ROTONDA  — 324 —  Leela Gandhi, Ania Loomba. A questi lavori si aggiungano le analisi di Stuart Hall, Robert Young e Paul Gilroy che influenzeranno radicalmente gli studi internazio-nali: vediamole brevemente.Il primo, «intellettuale diasporico», a partire dai Quaderni   di Antonio Gramsci, riconsidera in un approccio non-riduzionista la razza in relazione con la classe, il genere da un lato e con il capitalismo dall’altro. Secondo le sue tesi, non nell’ unità   dei singoli elementi, ma nell’ unificazione degli stessi si ricostruiscono, di volta in volta, differenti e complesse geometrie di razzializzazione dei soggetti. Uno studio di tali punti di convergenza può chiarire l’essenza delle forme di soggetti- vazione, ma anche porre in evidenza le istanze di ‘resistenza’ alle tendenze globali omologanti dello sviluppo capitalistico (Hall 1986, 221). L’opera di Robert Young aggiunge ulteriori tasselli di primaria importanza: ad esempio lavorando sul bianco come centro   e quale snodo di proliferazione dei processi di razzializzazione e di razzismo ( Postcolonialism  , 2003). La dicotomia bianco-non bianco è anche l’asse su cui si sono declinate e continuano a profilarsi nel presente rappresentazioni differenti dell’Altro. In tal senso, l’invenzione della razza (come attributo dei soggetti subalterni) è messa in relazione con il concetto di bianchezza ( White Mythologies  , 1990), ossia alla capacità discorsiva e alle pra-tiche (di traduzione e dislocazione, dello storicismo e del contesto postcoloniale) del soggetto egemone.Il lavoro di Paul Gilroy dà un’ulteriore direzione degli studi postcoloniali, prima in Black Atlantic   (1993), facendo riemergere le storie di deportazioni e di schiavismo della «civilizzata» e bianca Europa e della sua «più libera» colonia, poi con altri lavori che problematizzano e decostruiscono il concetto di razza e di nero in Inghilterra. In After Empire   (2004) si avalla l’idea, a partire da una linea black   che corre da W.E.B. Du Bois a Franz Fanon, da Aimé Césaire a Cyril L.R.  James, del riproporsi nel presente della ‘razza’ e delle sue declinazioni, nei paesi iper-sviluppati-ma-non-più-imperiali, a cui urge contrapporre un ripensamento del futuro europeo. Per rimanere nel solo campo degli studi postcoloniali, tenendo però a mente che riflessioni di primo interesse sono giunte da moltissimi altri ambiti – penso alla teoria queer e alle analisi di Judith Butler, a quelle di Étienne Balibar, di The-odore D. Allen e di Elazar Barkan – è doveroso ricordare i lavori pionieristici di Edward Said, di Homi K. Bhabha, di Ann McClintock, bell hooks, Martin Barker, Sneja Gunew, Ali Rattansi, Jocelyn Adkins Irby, Ruth Frankenberg, Domenick LaCapra, Aijaz Ahmad, Henry Giroux, Alan Bishop, Laura Christian, Louis Henry Gates, Kenan Malik, Robert Miles, Gary Olson, Nirmal Puwar. Molti di questi contributi fanno propria quella che viene detta ‘prospettiva intersezionale’ ossia attenta all’intersezione tra costruzioni della differenza raz-ziale, di classe, genere, sessualità, cultura e religiose (per una sua teorizzazione si vedano i relativi scritti di Kimberle W. Crenshaw e Nira Yuval-Davis), una  INTERSEZIONI DI RAZZA, GENERE E CLASSE NELL’ITALIA POSTCOLONIALE  — 325 —  prospettiva che è altresì fondamentale per i contributi raccolti in questa nostra tavola rotonda. 2. Il quadro italiano Poste queste coordinate teoriche, credo sia fondamentale andare ai lavori italiani che più hanno saputo intrecciare un lavoro sull’immaginario coloniale in una prospettiva intersezionale con quella ricerca storiografica sul periodo coloniale, di cui esempio fondamentale è il lavoro di Nicola Labanca, che è oggi finalmente al centro di molte riflessioni sulla razza in Italia.Giulia Barrera e Barbara Sòrgoni – rispettivamente storica e antropologa – hanno entrambe compiuto ricerche sulla colonia eritrea: la prima ha esaminato il rapporto tra razza e genere, le derivanti gerarchie razziali e le forme di segre-gazione, in che modo i soggetti razzializzati articolarono la memoria del colo-nialismo; a Barbara Sòrgoni si devono, invece, importanti ricerche sul rapporto delle diverse forme discorsive razziste (antropologica, giuridica, delle pratiche sessuali) con i corpi dei nativi e le rispettive rappresentazioni: la Venere ottentotta e della donna bianca in colonia. Su questo aspetto centrale è anche il lavoro storiografico di Nicoletta Poidimani. Esso riguarda il periodo dell’Impero e l’attenzione di genere ben ricostruisce la genealogia della mentalità razzista in Italia. Interviene, poi, con spunti importanti, sullo studio della relazione tra razzismo coloniale e costruzioni razziali in madrepatria.Sempre in tale prospettiva si possono collocare gli scritti di Giulietta Ste-fani. In particolare, Stefani considera l’oltremare, quello etiope della campagna del 1935-1936, come spazio necessario per il recupero e la realizzazione della  vera mascolinità italiana, non dimenticando di interrogare le rappresentazioni e le autorappresentazioni del maschile nazionale. Viene alla mente il lavoro docu-mentaristico di Chiara Ottaviano sull’ambizione fascista di ‘forgiare’ una nuova stirpe italiaca disciplinata e pronta alla guerra per il bene del paese, ma anche il bel libro di Sandro Bellassai sull’invenzione della virilità. Un lavoro similare, ma interamente dedicato dalle identità della donna fascista, è stato proposto anche da Victoria De Grazia. Segnalo altri due filoni di ricerca storica di grande pregio per lo studio delle costruzioni razziali in Italia: mi riferisco ai lavori di Michele Nani, nei quali si argo-menta sul rapporto della stampa con il razzismo nell’Italia di fine Ottocento; e alle ricerche di Barbara Spadaro, in cui l’autrice ricostruisce i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo. Di altrettanto interesse è il lavoro di Catia Papa che riferisce sul rapporto tra movimento femminile dei primi decenni postunitari, da un lato, e oltremare, con le relative rappresentazioni stereotipate e orientaliste, dall’altro.  TAVOLA ROTONDA  — 326 —  Negli ultimi anni sono stati realizzati studi anche dal campo della storia delle dottrine politiche. Mi riferisco ai testi di Francesco Cassata sulle categorie in cui l’antropologia, la fisiognomica, l’eugenetica e le altre discipline para-mediche hanno classificato la razza e a quelli di Francesco Germinario sullo studio delle costruzioni razziali e del razzismo lungo un asse cronologico che va dal fascismo ai giorni nostri.Un altro filone di ricerca è partito dalle fotografie, e più in generale dal  visuale, per studiare il rapporto della razza con la colonia. Penso ai lavori di Al-fonso Mignemi sul ruolo dei media durante la guerra d’Etiopia; a quelli di Silvana Palma che ha usato le fonti fotografiche per la ricostruzione del periodo coloniale, studiando, inoltre, il fondo Eritrea-Etiopia dell’Isiao. A quanto detto si aggiunga il progetto Returning and Sharing Memories  , che ha prodotto la pubblicazione curata da Paolo Bertella Farnetti, Sognando l’impero   (2007). È doveroso ricordare gli studi di Alessandro Triulzi sulla memoria rimossa dei processi di razzializ-zazione, su immagini e immaginari, sulle percezioni e immagini dell’avventura coloniale e sugli italiani in Eritrea.Talvolta si sono approfondite alcune identità imposte dal dominio coloniale. È il caso di Uoldelul Chelati Dirar che ha affrontato il tema degli ascari in molte pubblicazioni. Paola Zaccaria e Alessandro Volterra hanno scritto, anch’essi, sul mito razzializzato dei «fedeli servitori della patria italiana». Michele Bonmasser, Silvana Falconieri e Olindo De Napoli hanno preso in considerazione la relazione tra diritto, costruzioni razziali in madrepatria ed esperienza coloniale.Per quanto riguarda uno sguardo sull’eredità coloniale nelle costruzioni razziali dell’Italia del secondo dopoguerra, ampio e consistente sta emergendo un campo di ricerca che, muovendosi in modo assolutamente interdisciplinare, abbraccia varie forme di indagine qualitativa e una grande varietà di testi. Facendo proprie le metodologie della storia orale e dopo un’importante ricerca sul rapporto migrazioni-lavoro, Sabrina Marchetti ha descritto come la mi-grazione postcoloniale incontri, in una nuova declinazione del concetto di razza, il lavoro domestico. L’importanza di una lettura intersezionale delle costruzioni razziali è ribadita in Femministe a parole   (2012), collettaneo curato dalla stessa Marchetti con Vincenza Perilli e Jamila Mascat, in cui l’organizzazione dell’opera in lemmi permette di far emergere il dibattito nazionale e internazionale sulla razza interno agli studi femministi e di genere. Le migrazioni (l’emigrazione italiana e l’immigrazione straniera) e le relative costruzioni razziali sono poi al centro del numero monografico della rivista «Zapruder» (n. 28/2012) a cura di Marchetti, Andrea Brazzoduro e Enrica Capussotti, dedicato proprio alle identità in migrazione. Questa stessa rivista si era già occupata di indagare la questione coloniale e postcoloniale – le forme di orientalismo e d’inferiorizzazione alla base delle costruzioni dell’alterità e dei Sé coloniali e postcoloniali – sia nel numero Brava  INTERSEZIONI DI RAZZA, GENERE E CLASSE NELL’ITALIA POSTCOLONIALE  — 327 —  gente (2010) a cura di Elena Petricola e Andrea Tappi, sia nel numero L’impero colpisce ancora   (2005) curato da Cristiana Pipitore e Giulietta Stefani. Per un’esplicita indagine intersezionale che privilegia i due assi del genere e della razza, si veda infine Specchio delle sue brame   (2012), di Laura Corradi, che decostruisce le pubblicità commerciali, incrociando diverse prospettive analitiche al fine di intercettare il razzismo e il sessismo nella cultura di massa italiana. Que-sto, come quello di Marchetti (2011) e Femministe a parole   (2012) sono tre dei molti volumi ormai editi dalla casa editrice romana Ediesse che all’esperimento di una lettura intersezionale di razzismo, migrazione, cultura di massa e sessismo ha voluto dedicare un’intera collana ( razzismoesessismo  ). Di grande importanza è il lavoro su fonti letterarie di Sonia Sabelli a cui si devono riflessioni sul femminismo postcoloniale nero, sull’eredità del colonialismo nelle rappresentazioni contemporanee del corpo femminile e una disamina della costruzione dell’italianità, a partire dal contesto migratorio, mettendo in relazione la sessualità con la razza e la classe.In ambito letterario moltissimi sono stati i contributi che hanno cercato sia di decostruire il colonialismo per quanto concerne i vincoli razziali imposti in Libia e nel Corno d’Africa (si vedano i lavori di Giovanna Tomassello, Isabella Nardi e Sandro Gentili, Gianluca Frenguelli e Laura Melosi, e Antonio Schiavulli) sia di esaminare la condizione postcoloniale: penso a Lidia Curti, Giuliana Benvenuti, Daniele Comberiati, Fulvio Pezzarossa e Ilaria Rossini, Roberto Derobertis, Nadia  Venturini, Simona Foà e Sonia Gentili. Altri testi che hanno animato il dibattito italiano, sul confine tra la filosofia politica, la sociologica e antropologia sono quelli di Alberto Burgio, Devi Sac-chetto, Giorgio Grappi, Marco Aime, Zelda Franceschi. È d’uopo ricordare i lavori di Barbara Spackman sul concetto di virilità du-rante il fascismo, gli scritti di Claudio Fogu sul mediterraneismo di Mussolini, di Lucia Re sul conflitto coloniale libico. A Ruth Ben-Ghiat dobbiamo molte pagine sulle rappresentazioni coloniali del fascismo, in particolare due volumi sono di primaria importanza per comprendere i meccanismi epistemici sulla razza: Ita- lian Colonialism   (2005), collettaneo curato con Mia Fuller, e La cultura fascista   (2004).Di ampio rilievo nella disamina delle continuità e discontinuità tra coloniale e postcoloniale sono i testi di Derek Duncan e di Duncan e Jaqui Andall, i video di Simone Brioni e le ricerche di Sandra Ponzanesi (2001; 2005). Quest’ultima ha preso in considerazione le fonti letterarie nella prospettiva diasporica e tran-snazionale, per lo studio delle cartografie migranti e dei paradossi della cultura postcoloniale ( Paradoxes of Post-colonial Culture  , 2004) nelle forme di sogget-tivazione coloniale, ma ha anche utilizzato il cinema come campo d’analisi.Un valore primario e determinante per lo stimolo del dibattito italiano (e non solo) va ai lavori di Sandro Mezzadra che ha ragionato sui saperi, sui confini,
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