Capitolo 11
Psicologia del senso comune, psicoanalisi e scienze cognitive
di Michele Di Francesco e Massimo Marraffa
Tema di questo capitolo è il problema del rapporto fra il livello personale e il livello subpersonale di analisi della mente, esaminato da un angolatura ben precisa: le intersezioni fra la psicologia del senso comune, la psicoanalisi e le scienze cognitive.Nel primo paragrafo istituiremo un confronto fra il concetto di inconscio freudiano e quello cognitivista. Se si paragona da questo punto di vista il rapporto fra psicoanalisi e scienza cognitiva, vedia-mo che la seconda si differenzia dalla prima per il primato epistemo-logico (se non ontologico) assegnato al livello subpersonale. In altri termini, l’inconscio freudiano è ancora legato a una psicologia per-sonale, mentre quello cognitivo se ne separa per aderire al primato del livello subpersonale. In prima battuta, il legame con il punto di vista personale-cosciente può quindi essere indicato come un limite dell’inconscio freudiano, un limite che lo allontana dallo spirito della ricerca scientifica contemporanea. Nel secondo e nel terzo paragrafo vedremo però che, nello spin-gere un po’ più in profondità l’esame del rapporto fra personale e subpersonale, s’incontrano due problemi: il primo è quello di capire come si debba caratterizzare l’“interfaccia” fra la sfera personale e quella subpersonale; il secondo è il problema di offrire un criterio che consenta di stabilire quando a un fenomeno subpersonale spetti l’aggettivo
mentale
. I due problemi convergono: se per risolvere il problema dell’interfaccia accogliamo una lettura eliminativistica che si sforza di sganciare completamente il subpersonale dal personale, scopriamo di essere in gravi difficoltà a risolvere il problema del
 
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“marchio del mentale” senza far ricorso a nozioni mentalistiche di livello personale. Ciò ci porterà (nel quarto paragrafo) a una critica della strategia eliminativistica e alla difesa di un approccio dialettico fra persona-le e subpersonale, le cui virtù illustreremo con un esempio tratto dall’evoluzione della psicoanalisi. Nella teoria delle relazioni ogget-tuali e nella teoria dell’attaccamento, infatti, la psicoanalisi si ristrut-tura intorno ai concetti di motivazione e di attaccamento, i quali, pur essendo assai prossimi al livello personale, hanno comunque co-stituito un ponte fra la psicologia dinamica e le scienze cognitive
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.
L’inconscio dinamico: autonomia o primato del subpersonale?
L’idea della mente umana come una entità unitaria caratterizzata dal primato della coscienza cominciò a esser messa in crisi dalla filo-sofia scettica di Hume e in seguito, nell’Ottocento, da Schopenhauer e Nietzsche. Tuttavia, alla fine del diciannovesimo secolo il menta-lismo cartesiano era ancora imperante; e, anzi, faceva sentire il suo influsso sulle scienze del cervello e della psiche. Si capisce allora lo sconcerto da parte di filosofi, psicologi e neuroscienziati al cospetto di fenomeni (per esempio, la grande isteria convulsiva, la fuga disso-ciativa, l’amnesia psicogena, il disturbo di personalità multipla) che sembravano esibire una natura mentale, ma al tempo stesso trascen-devano la sfera della consapevolezza e del controllo cosciente.Al fine di riconciliare l’esistenza di fenomeni mentali apparen-temente inconsci con una visione coscienzialistica della mente si misero a punto due strategie (cfr. Livingstone Smith, 1999, p. 49). Innanzitutto, alcuni studiosi negarono che si avesse a che fare con fenomeni realmente
inconsci
; si trattava piuttosto di casi in cui si era verificata una
dissociazione
 o
scissione
 della coscienza – con le parole di William James (1890, p. 206), «la coscienza possibile to-tale» poteva «essere scissa in parti che coesistono e purtuttavia si ignorano reciprocamente». Altri studiosi optarono per una strategia diversa: negare che i fenomeni in questione fossero autenticamente
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Ciò facendo, daremo sviluppo alle riflessioni avviate in Di Francesco e Marraffa (2013; 2014).
 
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   P  s   i  c  o   l  o  g   i  a   d  e   l  s  e  n  s  o  c  o  m  u  n  e ,   p  s   i  c  o  a  n  a   l   i  s   i  e  s  c   i  e  n  z  e  c  o  g  n   i   t   i  v  e
mentali
; potevano essere più accuratamente descritti come
disposi-zioni neurofisiologiche
 per stati genuinamente mentali (per defini-zione, coscienti).Nell’ultimo decennio del diciannovesimo secolo Freud intervie-ne nel dibattito sull’inconscio. Dapprima, nell’ambito degli studi sull’isteria condotti insieme a Breuer e fortemente influenzati dall’ap-proccio francese alla neuropatologia, Freud si pronuncia a favore della concezione dissociazionista
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. Da questa concezione, tuttavia, egli ben presto si distacca, per dar forma a una teoria dei fenomeni inconsci intesi come
stati mentali occorrenti
 e
intrinsecamente in-consci
.Vi è però una difficoltà. Freud aspira a oltrepassare la psicolo-gia scientifica del suo tempo, che è una psicologia della coscienza; la sua teoria dell’inconscio è, dunque,
 programmaticamente
 avversa alla concezione dissociazionista nella misura in cui questa continua a pensare l’inconscio in un quadro coscienzialistico. Tuttavia, oggi occorre riconoscere che,
di fatto
, nemmeno Freud è riuscito davvero a uscire da tale quadro. Infatti, malgrado la revisione dell’imposta-zione cartesiana, ancora in Freud la definizione di inconscio è data
 per differenza
 (e per certi versi anche
in subordine
) rispetto a quel-la di coscienza; quest’ultima è presentata come un dato primario e autoevidente, anche se viene poi criticata e diminuita rispetto alla concezione tradizionale (cfr. Marraffa, 2011, pp. 󰁸󰁸󰁩-󰁸󰁸󰁩󰁩󰁩). Dunque, è facile constatare che Freud prova a emancipare il men-tale dalla coscienza soltanto in «pochi casi eccezionali o anomali (lapsus, nevrosi ecc.), e in relazione a una concezione della mente come paradigmaticamente cosciente» (Manson, 2000, p. 163). E an-che in questi casi, l’inconscio freudiano non è che un ampliamento, o estensione, di una psicologia, quella del senso comune, imperniata sull’idea di persona capace di esperienze mentali coscienti. Questo si evince chiaramente nel carattere antropomorfico della cosiddetta “seconda topica” (Es, Io, Super-io), in cui «il campo intrasoggettivo
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Scrivono Breuer e Freud (1892-1895, p. 183): «quanto più abbiamo continuato ad occuparci [dei fenomeni isterici], tanto più sicura è divenuta la nostra convinzio-ne che quella scissione della coscienza così sorprendente nei noti casi classici di double conscience, esiste in stato rudimentale in ogni isteria, e che la tendenza a tale dissociazione e quindi al manifestarsi di stati anormali della coscienza […] è il fenomeno basilare di tale nevrosi».
 
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tende a essere concepito secondo il modello delle relazioni intersog-gettive, i sistemi si configurano come persone relativamente autono-me nella personalità» (Laplanche e Pontalis, 1993, p. 636).Per alcuni studiosi la collocazione della psicoanalisi al “livello personale” non è però un male; e anzi giudicano la capacità di esten-dere la concezione ordinaria della mente un punto di forza della teoria psicoanalitica. Secondo Gardner (1999), per esempio, la psi-coanalisi ci interessa in quanto è in grado di offrire una spiegazione unitaria di fenomeni (il sogno, la psicopatologia, il conflitto psichico, la sessualità e via dicendo) che la psicologia del senso comune non è in grado di spiegare – o quanto meno è scarsamente attrezzata a farlo. Nell’ambito della filosofia della psicoanalisi di matrice analiti-ca, il referente di questa prospettiva è Davidson (1982; 1985), per il quale – come si è detto nell’introduzione a questo volume – il livello personale è autonomo e diverso da quello subpersonale e va studiato con un metodo distinto che è, per l’appunto, quello dell’ermeneuti-ca. Questa impostazione autonomista consentirebbe alla psicoanali-si di difendersi da ben note obiezioni epistemologiche (come quelle di Grünbaum, 1984): al pari delle spiegazioni della psicologia del senso comune, le spiegazioni psicoanalitiche non sarebbero tenute a conformarsi ai canoni epistemologici e metodologici della scienza sperimentale (cfr. per esempio Hopkins, 1988; Wollheim, 1993).Il proposito è dunque quello di tagliare i ponti con il naturalismo positivistico di Freud, in modo da inserire la psicoanalisi nell’ambito delle discipline interpretative o ermeneutiche, il cui terreno episte-mologico ha più a che fare con la critica testuale che con il mondo della ricerca sperimentale. Questo progetto ha una lunga storia, che ha tratto la sua forza dalla sempre più grave crisi della concezione energetico-istintuale della psiche. In particolare, negli anni settanta del secolo scorso, alcuni psicoanalisti allievi di David Rapaport – George Klein, Merton Gill e Roy Schafer – hanno portato avanti la tesi secondo cui, a fronte dell’insostenibilità del Freud “biologistico”, occorre abbandonare la teoria delle pulsioni e rivalutare la clinica psicoanalitica in quanto basata sull’intenzionalità dell’interpretare (cfr. Gill e Holzman, 1976).A questa concezione ermeneutica della psicoanalisi si oppone il progetto di sostituire al naturalismo positivistico di Freud la
 
prospet-tiva naturalistica neodarwiniana, che nasce storicamente dall’etolo-
 
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   P  s   i  c  o   l  o  g   i  a   d  e   l  s  e  n  s  o  c  o  m  u  n  e ,   p  s   i  c  o  a  n  a   l   i  s   i  e  s  c   i  e  n  z  e  c  o  g  n   i   t   i  v  e
gia e combina la genetica moderna all’analisi dei comportamenti. Ciò richiede di uscire dalla psicoanalisi per entrare nel campo della psicologia dinamica. Questa è una disciplina, coltivata prevalente-mente in ambito accademico, che si propone di analizzare e svilup-pare le teorie psicoanalitiche (in particolar modo, la teoria delle re-lazioni oggettuali e la teoria dell’attaccamento) a contatto con tutte quelle ricerche sistematiche che, negli ultimi decenni, si sono sforza-te di chiarire i modi della presenza del “biologico” all’interno dello “psichico” (cfr. Marraffa, 2014, p. 󰁬󰁸󰁶󰁩󰁩).In questa psicologia dinamica è ancora ben vivo il progetto freu-diano di una teoria dell’inconscio come l’organo di una critica della coscienza. E tuttavia, nel raccogliere questa eredità critica, essa si sforza di collocare l’inconscio al livello di analisi
subpersonale
 del-le scienze cognitive. Il paradigma qui è la teoria dell’attaccamento (di cui parleremo nel quarto paragrafo), che ipotizza un soggetto dotato di un inconscio
cognitivo
, che contiene rappresentazioni del soggetto stesso, dell’“oggetto” (cioè della figura di attaccamento) e delle interazione fra se stessi e l’oggetto, oltre ad assunti e aspettative implicite in merito al modo in cui altri significativi si comporteranno nei confronti del soggetto (cfr. Eagle, 2011, pp. 130-131). In questo quadro cognitivista, la coscienza non è più un assunto indiscutibile, un fatto non negoziabile; il concetto di inconscio (cognitivo) non è più modellato, come in Freud, sul concetto di conscio. I processi subpersonali della scienza cognitiva hanno caratteri invece diversi dalla coscienza: dove questa si presenta come unitaria, seriale, lin-guistica e sensibile a proprietà globali, quelli sono molteplici, pa-ralleli, non linguistici e orientati all’elaborazione di proprietà locali (Marraffa e Paternoster, 2013, cap. 1). In altre parole, lo scienziato cognitivo, adottando un approccio
bottom-up
, capovolge il rapporto esplicativo fra coscienza e incon-scio. Prima si costruisce una teoria dell’intenzionalità (delle capacità rappresentazionali della mente e del loro ruolo nel controllo del com-portamento) che è indipendente dalla coscienza e più fondamentale di essa; una teoria in grado di trattare allo stesso modo ogni forma di mentalità rappresentazionale inconscia – e dunque «nei cervelli, nei calcolatori, nel riconoscimento da parte dell’evoluzione di pro-getti selezionati» (Dennett, 1991, p. 457). Quindi, su queste basi, si procede a sviluppare una teoria della coscienza, concepita come «un
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