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Il ruolo del sociologo nella progettazione e realizzazione di un processo partecipativo

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Questa trattazione, indicata anche per una divulgazione non accademica, vuole essere una riflessione argomentata sull'importanza di includere un sociologo professionista nella progettazione e realizzazione di un processo partecipativo. Inizialmente si inquadra il processo partecipativo all'interno di un’analisi sulle forme di democrazia, per capire a quali bisogni risponde e quali opportunità riserva, e per chiarire la complessità sociale e politica entro la quale si realizza. Successivamente, la trattazione si concentra sul ruolo del sociologo. Attraverso un’analisi critica si vuole suggerire che i metodi e gli strumenti della ricerca sociale, così come una preparazione accademica in ambito sociologico, sono insostituibili per centrare gli obiettivi di eguaglianza, inclusività e trasparenza di un processo partecipativo. Non solo, sono fondamentali per promuovere un’alta qualità discorsiva tra gli attori sociali coinvolti, e per manipolare consapevolmente il loro grado di empowerment. Nello specifico si passano in rassegna i diversi ruoli del sociologo all'interno del processo partecipativo, ricorrendo alla suddivisione in tipologie operata da Héloïse Nez, e si amplia l'analisi dell'operatività del sociologo mettendo a fuoco l'approccio metodologico della ricerca-azione.
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  • 1. Prof.ssa Roberta Paltrinieri – Corso di Sociologia della Partecipazione, Scuola di Scienze Politiche Il ruolo del sociologo nella progettazione e realizzazione di un processo partecipativo di Valentina Gasperini – valentina.gasperini4@studio.unibo.it – marzo 2016 Abstract.........................................................................................................................................................................................pag.1 Il processo partecipativo.....................................................................................................................................................pag.2 Il ruolo del sociologo nella progettazione e realizzazione di un processo partecipativo.............pag.6 Conclusione...............................................................................................................................................................................pag.11 Bibliografia................................................................................................................................................................................pag.12 Abstract Questa trattazione, indicata anche per una divulgazione non accademica, vuole essere una riflessione argomentata sull'importanza di includere un sociologo professionista nella progettazione e realizzazione di un processo partecipativo. Inizialmente si inquadra il processo partecipativo all'interno di un’analisi sulle forme di democrazia, per capire a quali bisogni risponde e quali opportunità riserva, e per chiarire la complessità sociale e politica entro la quale si realizza. Successivamente, la trattazione si concentra sul ruolo del sociologo. Attraverso un’analisi critica si vuole suggerire che i metodi e gli strumenti della ricerca sociale, così come una preparazione accademica in ambito sociologico, sono insostituibili per centrare gli obiettivi di eguaglianza, inclusività e trasparenza di un processo partecipativo. Non solo, sono fondamentali per promuovere un’alta qualità discorsiva tra gli attori sociali coinvolti, e per manipolare consapevolmente il loro grado di empowerment. Nello specifico si passano in rassegna i diversi ruoli del sociologo all'interno del processo partecipativo, ricorrendo alla suddivisione in tipologie operata da Héloïse Nez, e si amplia l'analisi dell'operatività del sociologo mettendo a fuoco l'approccio metodologico della ricerca-azione. 1
  • 2. Il processo partecipativo Per capire le ragioni che possono muovere al coinvolgimento di un sociologo nell'ambito di un processo partecipativo, occorre passare in rassegna gli obiettivi, le caratteristiche e le necessità salienti di tale processo, che andremo qui ora a riepilogare. Con una premessa: come emergerà dalla trattazione, non esiste una forma univoca, un modello prefabbricato, o meglio “predisegnato”, di processo partecipativo. Lo si evince dalla sua stessa definizione: è un percorso di discussione organizzata e strutturata, pertinente ad un progetto da realizzare, o ad una norma amministrativa futura, strettamente in relazione al territorio in cui il processo partecipativo stesso si realizza. Esso si rivolge a tre categorie di agenti territoriali: gli individui (tenendo bene a mente che non tutti gli individui di un territorio sono cittadini), gli agenti (individuali o collettivi, sono importanti per la loro possibilità di mobilitare risorse) e le autorità (ovvero coloro che rappresentano un potere decisionale, sia esso legislativo, esecutivo o giudiziario). Il processo partecipativo serve non solo a raggiungere una decisione mediata e condivisa su un progetto o una nuova norma, ma anche a mettere in comunicazione attori sociali e istituzioni in un contesto di ascolto circolare dove le differenze di ruolo e partecipazione vengono calmierate. Questo mettere in relazione gli attori di un territorio dovrebbe essere uno degli outcome auspicabili anche dalla pubblica amministrazione1 e non solo dai cittadini, che nei processi partecipati cessano di essere meramente informati ed ascoltati per diventare soggetti di cooperazione ed empowerment. Non solo, ulteriori obiettivi/outcome desiderabili del processo partecipativo sono: la produzione di empowerment individuale e collettivo, la generazione di capitale sociale, l'evoluzione di nuovi modelli di sviluppo sociale, l'aumento della fiducia collettiva, la facilitazione dei legami sociali, l'arricchimento del capitale cognitivo condiviso su un territorio, la lotta all'esclusione sociale, la valorizzazione delle competenze specifiche di un territorio, la realizzazione del principio di sussidiarietà, e la promozione del principio della trasparenza in ambito pubblico. Il processo partecipativo (che d'ora in avanti verrà qui indicato con PP) in Italia è proposto generalmente dalle Assemblee elettive e dalle Giunte locali o regionali. Si avvale di una figura- chiave, il Tecnico di Garanzia, che è colui che approva, coordina e supervisiona il PP. Questo si inserisce tra le forme di coinvolgimento dei cittadini tipiche delle democrazie cosiddette deliberative e partecipative, o, in altri casi, tipiche di quelle democrazie che, ibridandosi e sperimentando, propongono forme deliberative e partecipative di relazione e prassi politica. 1 Tra i provvedimenti più consistenti in questo senso, si veda l'art.18, co.4 della Costituzione Italiana in materia di sussidiarietà, e la legge 241/1990 “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi”. 2
  • 3. Nell'ambito delle teorie sulle forme di democrazia, quella partecipativa precede storicamente quella deliberativa, anche se gli autori si dividono tra chi le separa nettamente e chi invece considera “la teoria deliberativa della democrazia come la continuazione e il compimento della teoria partecipativa della democrazia”2. Dunque, volgendo uno sguardo agli albori del PP, vediamo che la teoria della democrazia partecipativa affonda le sue radici concettuali nelle lotte dei movimenti sociali di fine XIX secolo, rappresentando dunque la prima critica al modello della democrazia liberale. Questa, a differenza della partecipativa, ha al centro la competizione e la responsabilità elettorale per realizzare l'autonomia individuale dei cittadini, suo obiettivo primario. Per declinare l'autonomia individuale, la democrazia liberale si serve del potere giudiziario, che riconosce agli individui i loro diritti. Ma come è nata la democrazia liberale? Per trovare una risposta, si prenda il modello disegnato da Dahl, che vede la democrazia nascere a partire da due dimensioni: il diritto di opposizione, dal quale scaturisce la liberalizzazione, cioè la concessione di diritti di opposizione, e il diritto di inclusione, che si vede pienamente realizzato nella partecipazione estesa alla maggior parte dei cittadini.3 Alcuni Paesi, uscendo dai regimi delle egemonie chiuse, si sono mossi dalla liberalizzazione alla partecipazione (dando luogo alle prime oligarchie competitive), altri hanno seguito il movimento contrario (portando alle egemonie includenti)4. Questa breve contestualizzazione storica serve a chiarire come si è arrivati oggi, a più di duemila anni dalla nascita della democrazia, a teorizzare il PP e a discuterne nelle arene politiche e civili, dai tavoli della Commissione Europea al Comune di Bologna, per citarne uno. I movimenti sociali di fine Ottocento hanno gettato le basi per la democrazia deliberativa- partecipativa, mettendo sotto lo sguardo dei legislatori e dell'opinione pubblica l'esigenza di maggiore rappresentatività dei cittadini e di un più attento ascolto alle istanze delle minoranze, scardinando la centralità della funzione di delega e costruendo il concetto di partecipazione, nella sua teorizzazione e nella messa in pratica5. La democrazia esclusivamente deliberativa, teorizzata dopo quella partecipativa, nasce per ridare centralità alla funzione politica del discorso (cioè ascolto e parola), dunque per ridare vigore alla funzione di delibera, uno dei tratti caratteristici delle democrazie liberali che viene contestato da quelle partecipative. La deliberazione in questo caso si deve basare, con le parole di Habermas, “su flussi orizzontali di comunicazione, molteplici produttori di contenuti, ampie occasioni di interattività, confronto sulla base di argomentazioni raziocinanti e propensione all'ascolto 2 Gbikpi B., (2005), “Dalla teoria della democrazia partecipativa a quella deliberativa: quali possibili continuità?” Stato e Mercato / n. 73, aprile. 3 Della Porta D., (2011), Democrazie, Ed. Il Mulino, Bologna. Pag. 27 4 Dahl include un terzo tipo di movimento, quello cioè dall'egemonia chiusa alla poliarchia, che avviene quando liberalizzazione e inclusione vengono realizzate simultaneamente. 5 Si pensi ad esempio ai movimenti operai e a quelli delle suffragette. 3
  • 4. reciproco.”6 I teorici della democrazia che muovono da quella deliberativa a quella deliberativa-partecipativa pongono le subculture e il conflitto, anche tra pubblici diversi, al centro dell'analisi e della discussione. Essi infatti vedono nella sfera pubblica una forte eterogeneità con la quale bisogna saper comunicare, pena l'esclusione di alcune subculture dal dibattito pubblico. Questa può essere considerata una critica al pensiero di Habermas, che individuava solo i borghesi come facenti parte della sfera pubblica. Dunque nella prospettiva deliberativa-partecipativa, i diversi pubblici sono le esemplificazioni dirette delle subculture che animano il territorio, in particolare modo quello urbano; ognuno di essi si fa portavoce di necessità e istanze diverse, che possono entrare in conflitto. Il sistema democratico deliberativo-partecipativo viene dunque proposto come modello di ascolto e risoluzione del conflitto. Dalle considerazioni sulle subculture e sui diversi pubblici, nasce la critica alla distorsione istituzionale, quel “vizio” per il quale le istituzioni pubbliche tendono a non considerare come forme di partecipazione e di deliberazione le azioni di comunicazione (in senso habermasiano) promosse fuori dalle istituzioni stesse. “Fuori” come nel caso dei gruppi volontari e dei movimenti sociali, dove la deliberazione si realizza ampiamente. Dunque, la democrazia deliberativa-partecipativa viene posta dai suoi teorici come soluzione integrativa del fatto sociale del conflitto, sapendo muovere oltre la ricerca del consenso tipica delle forme di democrazia liberali e deliberative. A partire soprattutto dagli anni '90, in Europa c'è stata una certa promozione istituzionale della partecipazione come risorsa di governance, con il diffondersi della cultura politica della partecipazione (Della Porta, 2011). Questo ha portato allo sviluppo di pratiche di governance e policy making sia a livello locale che nazionale e sovranazionale, e ad un adeguamento nei sistemi normativi. Si pensi ad esempio al libro bianco sulla governance europea7 pubblicato nel 2001 dalla Commissione Europea, in cui si include tra i principi di base per una buona governance quello della partecipazione. Ancora, si pensi alla legge regionale n°3/2010 varata in Emilia-Romagna per promuovere il diritto alla partecipazione attiva dei cittadini nell'elaborazione di politiche regionali e locali. La partecipazione viene promossa non solo come strumento per favorire la legittimazione immediata dei rappresentanti politici ma anche per sollecitare l'inclusione, per favorire la presa in carico della cosa pubblica da parte dei cittadini, per aumentare la consapevolezza sul suo funzionamento. Secondo Pateman, e Della Porta che lo riprende, “Una cittadinanza attiva, 6 Della Porta, (2011), Democrazie, Ed. Il Mulino, Bologna. Pag.83 7 Governance europea - Un libro bianco, COM(2001) 428 def. - Gazzetta ufficiale C 287 del 12.10.2001 4
  • 5. consapevole e informata aumenterebbe anche l'efficacia e il benessere individuale e collettivo”8. Come scritto da Della Porta9: “[...] a livello normativo, il concetto di democrazia partecipativa ha suggerito, con crescente successo, la necessità di far crescere le arene aperte ai cittadini”. La stessa autrice scrive anche: “Nella ricerca di forme complementari di legittimazione, che permettano loro di affrontare la sfida di una debole responsabilità elettorale, e l'erosione della legittimazione attraverso politiche efficienti, le istituzioni stanno sperimentando varie forme di coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali.”10 Scrive anche Gbikpi11: “La ricerca di modelli di governo più partecipativi è sicuramente una caratteristica fondamentale delle attuali democrazie moderne.” Il PP sostanzia l'intento delle amministrazioni di aprire spazi di incontro, discussione e decisione tra individui, attori e autorità. Cioè tra persone e organizzazioni che vivono lo stesso territorio e che ne condividono le risorse (o per le quali competono). In una società crescentemente complessa, la pluralità dei bisogni aumenta e ciò pone alla democrazia il problema di saper accogliere le minoranze, le voci delle subculture, dei movimenti sociali, degli esclusi; “semplicemente”, si pone un problema di ascolto di questa pluralità, pena l'incapacità stessa della democrazia di essere rappresentativa del suo popolo. Si pone altresì il problema della gestione delle risorse economiche, territoriali e sociali alla luce dell'ascolto delle necessità delle subculture. Il PP è uno strumento a disposizione di questo ascolto attivo e pubblico. Allo stesso tempo, anche per i cittadini il PP è un'esortazione a consapevolizzarsi e farsi carico della cosa pubblica, essendo invitati a rispettare i tre pilastri morali che ispirano la democrazia fin dai tempi degli antichi greci12: l'isegoria, l'isonomia, la parresia. Cioè a godere di uguale diritto di parola, uguale partecipazione al potere politico, uguale diritto ad esprimersi “con verità” durante i dibattiti politici pubblici. È tenendo a mente specialmente il concetto di parresia, legato a quello di franchezza e sincerità, che si procede a discutere del ruolo del sociologo nel PP. 8 Della Porta D., (2011), Democrazie, Ed. Il Mulino, Bologna. Pag.54 9 Della Porta D., (2011), Democrazie, Ed. Il Mulino, Bologna. Pag.81 10 Della Porta D., (2011), Democrazie, Ed. Il Mulino, Bologna. Pag.91-92 11 Gbikpi B., (2005), “Dalla teoria della democrazia partecipativa a quella deliberativa: quali possibili continuità?” Stato e Mercato / n. 73, aprile. Pag.1 12 Euripide, Socrate, Platone, Aristotele per citarne alcuni. 5
  • 6. Il ruolo del sociologo nella progettazione e realizzazione di un processo partecipativo Vi è un dato semplice dal quale partire con le considerazioni: il PP è sempre calato in un'arena sociale pubblica e complessa. Un'arena in cui il sociologo sa intervenire poiché dotato di una preparazione teorica che gli consente di leggere le relazioni sociali che la costituiscono, e di un set di competenze pratiche e tecniche che gli permettono di seguire il PP alla luce delle specifiche caratteristiche del territorio. Per il buon funzionamento del PP è necessario assicurare eguaglianza, inclusività, trasparenza e qualità discorsiva, ed essere in grado di manipolare il grado di empowerment dei partecipanti, in particolar modo dei cittadini. Il sociologo è un professionista in grado di attuare pratiche situate in accordo con i dati raccolti sia con metodi qualitativi che quantitativi; è anche in grado di osservare criticamente il contesto e le relazioni che vi si realizzano, ascoltando e suggerendo linee di azione, e facendo riferimento a casi-studio ed esempi prototipici. Inoltre, il sociologo può espletare una funzione di garanzia, prevenendo un'eccessiva burocratizzazione del PP (che minerebbe la sua qualità discorsiva), e monitorare la legalità del processo prestando attenzione ad eventuali accordi di tipo mafioso. In più, nello svolgimento di un PP è fondamentale che ci siano dei professionisti capaci di: • rilevare il profilo della comunità del territorio entro il quale il PP si realizza; • raggiungere gli attori sociali che lo caratterizzano attraverso pratiche ragionate di outreach; • monitorare lo svolgimento del PP anche in accordo con i suoi obiettivi sociali; • risolvere i conflitti13 (mai eventuali, si potrebbe dire); • valutare gli outcome, anche sociali, del PP. Il sociologo può fare questo. Il sociologo infatti dispone di metodi scientifici e propri degli studi sociologici ed umanistici: si sta parlando di strumenti qualitativi e quantitativi per capire il contesto del PP, ascoltare gli attori coinvolti, elaborare la discussione e raggiungere la decisione condivisa. Tra questi strumenti ricordiamo i sondaggi e i questionari, le interviste individuali e i focus-group, la raccolta sistematizzata di storie e narrazioni significative. Strumenti che possono aiutare a sviluppare, ad esempio, laboratori creativi, riunioni di quartiere, tavole rotonde, world-café14 e OST15. 13 A proposito di conflitto, è interessante l'episodio riportato a pagina 21 in Avventure urbane. Progettare la città con gli abitanti di Sclavi M., Eléuthera, Milano, 2002 14 World-café: un metodo ideato per facilitare la discussione, improntato in particolare per stimolare la creatività e la conoscenza reciproca. I partecipanti, almeno 12, si muovono piuttosto rapidamente all'interno di gruppi, per un massimo di circa 4 ore, in un ambiente che è stato predisposto per risultare informale, con tavoli e tavolini sparsi, e materiali per prendere annotazioni. 15 OST: Open Space Technology. È la metodologia per creare gruppi di lavoro e riunioni ideata da Harrison Owen, utilizzata durante i PP perché facilita la discussione e la presa di decisioni. Si realizza grazie ad un facilitatore che 6
  • 7. Evidenziamo che proprio per i suddetti motivi sarebbe importante includere il sociologo fin dalla fase di disegno del PP, inserendolo nello staff del processo sin dalla sua fase di attivazione16. Infine, il sociologo è formato per riconoscere ed operare con le rappresentazioni individuali e collettive. Queste rappresentazioni sono fortemente in gioco durante il PP: di cosa si sta parlando se non di sviscerare le rappresentazioni di “come dovrebbe essere la cosa pubblica”, così da poterle orientare verso una rappresentazione collettiva e condivisa? Le rappresentazioni prendono forma a partire dall'immaginario, che si nutre di simboli e segni significativi: il sociologo li sa riconoscere, sapendo operare con il linguaggio verbale e visivo. Facciamo un esempio. Il PP si apre con una fase conoscitiva, ad esempio realizzando dei focus-group con i partecipanti. Il sociologo sa che da essi emergono tendenzialmente posizioni stereotipiche, e in base a questo può suggerire di approfondire la tematica in successive occasioni di confronto, come durante un world-café. Per capire dove si può inserire un sociologo, quali forme di contributo può apportare alla buona riuscita del PP, si prende in considerazione la suddivisione operata da Héloïse Nez17. La ricercatrice declina il ruolo del sociologo in cinque tipologie, specificamente relative al lavoro nel PP: • il sociologo dialogatore. È colui che inizia il dialogo e il processo di apprendimento nell'arena pubblica. Corrisponde alla definizione di “sociologo pubblico organico” data da Burawoy18. Egli differenzia tra sociologo pubblico tradizionale e sociologo pubblico organico: il primo è colui che comunica la propria opinione critica su una questione pubblica attraverso i media, o esponendosi apertamente in altre occasioni; il secondo è colui che si espone lavorando, poiché attivo nell'arena pubblica con un’azione visibile, locale, consistente e spesso radicata nell'ambito pubblico delle subculture presenti su un territo
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