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Il ruolo della coscienza nel dialogo tra fede e ragione secondo Newman.pdf

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   1 Il ruolo della coscienza nel dialogo tra fede e ragione secondo Newman: un aiuto al superamento della tensione tra integralismo e nichilismo  Molti cercano la scienza, ma pochi la coscienza.  Riflettere riguardo alla coscienza è raggiungere la pienezza della conoscenza. (Anonimo XII sec.) Questo articolo intende offrire un modesto contributo ad una complessa ricerca che appassiona la riflessione filosofica e teologica, investe il rapporto tra verità ed etica, ragione e fede, autonomia dell’uomo  e adesione di fede a Dio, e che ha ricevuto nuovi stimoli dall’ultima enciclica,  Fides et ratio .   In essa il papa ha rivolto un invito a porre attenzione “all’itinerario spirituale di alcuni maestri recenti [il quale] non potrà non giovare al progresso ne lla ricerca della verità” (  FR   74); tra questi c’è John Henry Newman. Il mio scopo è presentare un apporto che la dottrina newmaniana della coscienza può offrire al dialogo tra fede e ragione, e quindi al superamento degli scogli dell’integralismo e del ni chilismo. 1. Fede, ragione e coscienza   Il problema della verità tra integralismo e nichilismo dipende dall’impostazione e dalla soluzione del rapporto tra fede e ragione, e ritengo di grande utilità, se non addirittura necessario, che questo rapporto si allarghi alla coscienza. L’esigenza di questo allargamento sembra che emerga anche da una lettura accorta dell’enciclica, sebbene questa non ne abbia  parlato esplicitamente. L’inclusione esplicita della coscienza, a mio parere, potrebbe contribuire a mo’ di mediazione, aiutando la ragione - sempre un po’ sulla difensiva nei confronti della fede perché la sospetta intenta o a usarle violenza o a darle un voto di insufficienza - a conoscersi meglio. Il documento pontificio si apre con un’affermazione che int ende pregiudicare (nel senso  buono) la lettura di tutto quanto segue: “La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”. Competente della verità non è la sola ragione né la sola fede, ma lo spirito umano. L’indagine sulla verità coinvolge tutto l’essere. Inoltre, la verità è meno oggetto di conoscenza e di sapere che di contemplazione. In un certo senso, essa non si abbraccia e non si com-prende, ma si è abbracciati e si è com-presi da es sa. Contemplandola, l’uomo si identifica alla verità.   2 Queste semplici osservazioni sono già sufficienti a giustificare ed esigere l’inclusione del tema della coscienza nella riflessione sulla ricerca della verità. La coscienza infatti è la dimensione interiore dello spirito umano, il momento unificante e di maggior apertura dell’uomo, “il sacrario dove egli si trova solo con Dio”, e nella fedeltà ad essa “i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e risolvere secondo verità tanti problemi morali” ( GS   16). La coscienza integra la ragione e vigila su di essa. Questa pur essendo aperta all’Infinito e all’Assoluto tende a piegare e ricondurre a sé l’oggetto inteso, mediante astrazioni e la costruzione di sistemi che cercano di corrispondere ad esso. La coscienza, invece, tende ad aprire lo spirito a relazioni vitali e vivificanti con le persone. La vicinanza della coscienza aiuta la ragione a non cosificare la verità, a non piegarla alla sua misura; ne facilita l’integrazione con le altre   componenti dello spirito in modo che l’uomo possa elevarsi verso la verità. Senza la coscienza la ragione potrebbe diventare una zavorra per lo spirito che voglia contemplare la verità. Queste conclusioni dovranno essere dimostrate, ed è quello che farò analizzando il pensiero newmaniano circa il rapporto coscienza e ragione. Per ora basta dire che esse sembrano essere in un certo qual modo presupposte dall’affermazione dell’enciclica secondo la quale la ragione è testimone autentica della dimensione spir  ituale dell’uomo e necessario aiuto nella ricerca della verità a condizione che sia retta, cioè che “tenga conto del fatto che la conoscenza dell’uomo è un cammino che non ha sosta; (...) che su tale strada non ci si può porre con l’orgoglio di chi pensa c he tutto sia frutto di personale conquista; (...) [che] si fonda sul timore di Dio” (  FR  18). Questa rettitudine infatti non è determinabile completamente dalla ragione stessa, poiché essa consiste di elementi morali (umiltà) e religiosi (timore di Dio), ma a partire da un principio etico e  religioso proprio dello spirito umano. Questo principio è la coscienza. Si badi bene: un principio, una risorsa inalienabile, dell’uomo in quanto uomo e non in quanto credente: solo così l’autonomia umana è salvaguardata e non c’è nessuna imposizione di criteri ‘rettificanti’ che la ragione debba temere. Non c’è nulla infatti di più personale della coscienza. Si intravede già l’importanza della mediazione della coscienza nel rapporto fede e ragione, mediazione che comp ie l’uomo stesso con le risorse del suo spirito naturale. Tuttavia poiché al cuore del confronto tra la fede e la ragione il Papa pone l’esigenza di una metafisica autentica, “capace cioè di trascendere i dati empirici per giungere, nella ricerca della ver  ità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante” (  FR 83), i cui cardini siano l’esistenza di Dio come creatore e l’anima come soggetto libero spirituale 1 , è necessario che l’apporto della riflessione della coscienza si riveli utile anche a questo riguardo. La concezione newmaniana della coscienza è in grado di rispondere a questa esigenza? Ritengo di sì, e questa è un’altra ragione per includere a pieno diritto la coscienza nel confronto tra la fede e la ragione in vista del superamento sia del nichilis mo sia dell’integralismo. Detto questo per porre nell’alveo dell’enciclica la mia riflessione, passo ora a mostrare la  perennità (2) e la portata metafisica (3) della coscienza, secondo la concezione newmaniana, e il suo apporto per un corretto uso della ragione (4) 2. La coscienza luce interiore inoscurabile “Tutti i condizionamenti e gli sforzi per imporre il silenzio non riescono a soffocare la voce del Signore che risuona nella coscienza di ogni uomo” 2 . Sono tante le testimonianze, nel corso della storia e di quest’ultimo secolo, che la coscienza costituisce un punto di riferimento 1 Cf M ARCELLO  S ANCHEZ  S ORONDO , “Per una istanza metafisica aperta alla fede”, in  L’Osservatore Romano , 16/12/98, p.4 2 G IOVANNI  P AOLO  II,  Evangelium vitae , n. 24   3 insopprimibile. Una tra le tante è quella di Adam Michnik che dalla prigione così scriveva al generale Kiszczak, ministro degli interni di Jaruzelski: “Nella vita di og ni uomo, generale, arriva un momento in cui per dire semplicemente ‘questo è nero e questo è bianco’ bisogna pagare molto caro... In quel momento, il  problema principale non è sapere quanto si deve pagare, ma se il bianco è bianco e il nero è nero. Per far ciò, bisogna conservare una coscienza  (...). Generale, si può essere un potente ministro degli interni, avere alle spalle un potente impero che domina dall’Elba a Vladivostok, sotto di sé tutta la polizia del paese, milioni di spie e milioni di sloti per comprare pistole, cannoni, sistemi di ascolto e informatori o giornalisti rampanti, ma ecco uscire dall’ombra uno sconosciuto che vi dice: ‘Ciò non lo farai’.  E’ questo , la coscienza ” 3 . La coscienza è dunque una fonte d’obbligo più forte di un intero appa rato politico-militare, trae srcine da qualcosa che nell’uomo è superiore a qualsiasi autorità umana, e, quantunque sia elevato, il prezzo da pagare che essa esige non legittima mai la trasgressione ai suoi comandi. Essa include una capacità critica, un giudizio della ragione che distingua il nero dal  bianco; nel contempo però esprime anche un’esigenza che è di natura diversa da quella logico -razionale. Nella testimonianza succitata questa esigenza si manifesta attraverso una voce imperiosa, proveniente d a una fonte sconosciuta ma personale: ecco uscire dall’ombra uno  sconosciuto che vi dice ... Il comando dunque non si impone alla stregua di una cogente conclusione razionale, e pone una sfida assoluta che non ammette compromessi neppure per tenere in salvo la propria vita fisica. Questa presenza autorevole al punto da rivolgere un ordine assoluto, e la cui identità resta indeterminata, è simile a quella incontrata dalla giovane Callista, protagonista dell’omonimo romanzo di Newman, accusata di attaccare la religione della grande Roma. “Ebbene - replicò la ragazza - questo Dio io lo sento dentro al mio cuore; sento la sua presenza; e la sua voce che mi dice: ‘Fa’ questo, non fare quello’. Lei mi può obiettare che si tratta solo di un dettame proveniente dalla natura, come la gioia e il dolore; ma io non sono d’accordo. No, è l’eco di una persona che mi parla. Niente riuscirà a persuadermi che non venga in fondo da una persona esterna a me. E ha in se stessa la prova della sua srcine divina. La mia natura avverte di trovarsi davanti ad una persona. Quando obbedisco a quella voce, mi sento soddisfatta; quando le disobbedisco, provo dispiacere: proprio come mi succede quando accontento o offendo un amico caro (...). Se lei mi chiede: Chi è questo Dio? Che cosa ha detto di se stesso?  purtroppo non so cosa rispondere ed è ciò che più mi addolora. Ma non abbandonerò quel poco che possiedo, solo perché è limitato. Un’eco suppone una voce; una voce, un interlocutore. E quell’interlocutore, lo amo e lo temo” 4  Le due testimonianze hanno in comune: una voce irresistibile, proveniente da una fonte esterna personale, che dà un ordine perentorio e che espone la vita al pericolo. L’ordine è udito, proviene da una voce, e perciò non è riconducibile del tutto ad una conclusione della sola ragione 5 . Anzi, esso è refrattario a qualsiasi tentativo di “ragionevolezza” e 3 Citato in P AUL V ALADIER,  Elogio della coscienza , SEI, Torino 1995, p.6   4 J OHN  H ENRY  N EWMAN , Callista. Racconto del terzo secolo , Edizioni Paoline, Roma, 1983, p. 177 5 “Non si tratta semplicemente di un sentimento, di un’opinione, d’una impressione, d’un modo di vedere le cose, ma di una legge; di una voce piena di autorità che gli ingiunge di fare certe cose, e di evitarne altre. Con questo,   4 sentimentalismo 6 . Di fronte al comando assoluto della voce che riecheggia nella coscienza i  protagonisti non si sperimentano affatto schiavi di qualcuno. Essi eme rgono dal “coro” con la loro singolarità, incapaci di farsi comprendere, e la loro libertà e la loro responsabilità si sentono chiamate ad affermarsi obbedendo. Nella coscienza si dà un’esperienza forte della unicità e della libertà della persona, vale a dire della sua  trascendenza anche di fronte alla società 7 . Ma tra le due c’è anche una differenza significativa che riguarda la natura dell’autorità della voce. Solo Callista riconosce che si tratta di una voce di srcine divina, sebbene l’identità di Dio rimanga ugualmente in ombra. Essa si svelerà pienamente in seguito con la lettura del Vangelo. Questo “non solo le dischiuse la visione di una nuova situazione (...), ma la mise alla  presenza di una persona diversa da ciò che aveva immaginato come perfezione ideale. (...) Era colui che aveva parlato alla sua coscienza, la voce che aveva ascoltato, la persona che aveva cercato” 8 . L’identificazione dello sconosciuto la cui voce risuona nella coscienza con assoluta autorevolezza non è scontata. Egli può riman ere nell’ombra per sempre, essere riconosciuto di srcine divina oppure identificato con colui che si è proclamato Via, Verità e Vita. In quest’ultimo caso l’apporto della rivelazione è necessario. 3. La conoscenza di Dio nella coscienza Riferendo della insopprimibilità della coscienza ho toccato anche i due aspetti che costituiscono i cardini della metafisica auspicata dalla  Fides et ratio : l’esistenza di Dio e l’individualità e libertà della persona. Sul secondo non c’è alcun dubbio: nella esperien za della coscienza ciascuno sperimenta la sua esistenza individuale e la sua inalienabile libertà. C’è invece bisogno di qualche spiegazione per mostrare che la voce della coscienza è di srcine divina. Intendo perciò sviluppare questo punto, prima mostrando in che senso, per  Newman, la coscienza è una via per conoscere Dio, e poi evidenziando la dimensione metafisica di questa via.  Nella Grammatica , dopo aver affermato che la coscienza è un dono di natura, Newman si  propone di “dimostrare come nello stato d’animo particolare che consegue all’aver noi compiuto cosa che chiamiamo giusta o ingiusta, risiedano le premesse in base alle quali concepiamo realmente il Sovrano e Giudice divino” 9 . Per prima cosa egli definisce la coscienza: “E’ un senso morale e un senso del dovere; è un giudizio della ragione e un autorevole dettame. Nel suo agire i due aspetti convergono, ma non voglio dire che i suoi precetti siano sempre chiari, o che appaiano sempre necessariamente in armonia: ma ciò su cui mi preme di insistere adesso, è questo: che la coscienza comanda (...). Essa è qualcosa di più che non la stessa identità interiore dell’individuo; l’uomo non ha potere su di essa, oppure l’ha con estrema difficoltà: ma non l’ha creata, e non può distruggerla; può  bensì ridurla al silenzio (on qualche caso e senso particolari), può distorcene il significato dei suoi enunciati, però non può - se lo può, è l’eccezione - emanciparsi da essa. può disobbedirle; può rifiutarsi di darle ascolto; ma la coscienza rimane”. J. H . N EWMAN , Sermoni cattolici , Jaca Book- Morcelliana, Milano 1984, p 236s. 6 Significative le parole conclusive di Polemone, “il famoso dotto”, “il più grande uomo di Sicca”, invitato a distogliere Callista dal proposito di non sacrificare a Giove: “Basta! B asta, Callista! Basta, donna infelice! Le mie orecchie non avevano mai ascoltato tali insipienze. Non sono venuto qui per farmi insultare. Mi separo per sempre da te, povera, cieca, sfortunata, perversa creatura! Mi separo da te per sempre! Rinnega pure, se così ti  pare, le grandi luminose, benefiche tradizioni dei tuoi antenati e immergiti in questa spaventosa superstizione! Addio!” Callista , 177s. 7 Cf G IOVANNI  P AOLO   II, “Messaggio per la Giornata mondiale della Pace”, in  La Traccia 1991, p. 8. 8 J.H. N EWMAN,  Callista , 183 9 J.H. N EWMAN , Grammatica dell’assenso , Jaca Book Morcelliana, Milano 1980, p. 64   5 resta che sono due e voglio essere esaminati separatamente” 10 . Essa è dunque regola di buona condotta e sanzione di tale regola. Il rapporto tra i due non è proporzionato. Il senso morale  può essere molto delicato senza che sia altrettanto sviluppato quello del dovere e, viceversa, ci  può essere un senso morale grossolano a fronte di un senso del dovere molto vivo. Nelle riflessioni che seguono c onsidero l’aspetto di senso del dovere o autorevole dettame, preferito da Newman per diverse ragioni 11 . La coscienza si distingue dal senso del piacevole e del gusto perché ha a che fare  primariamente con le persone, con l’Io che agisce, con le sue azioni, e con gli altri come associati indirettamente. I sentimenti con cui si presenta al soggetto, sia che siano dolorosi - di smarrimento, allarme e autocondanna - sia che infondano pace, sicurezza e fiducia, hanno  per movente ed oggetto un essere intelligente , “perché nessuno prova affetto per un sasso o vergogna dinanzi ad un cavallo” 12 . Se ci sentiamo responsabili, se proviamo vergogna o godiamo della serenità in seguito ad un’azione cattiva o buona, allora vuol dire che “portiamo in noi l’immagine di Qualcuno a cui sono rivolti il nostro amore e la nostra venerazione” 13 . Questo Qualcuno è legislatore e giudice, giacché informa, comanda e impartisce benedizioni o anatemi. E’ un’autorità suprema, ma anche inaccessibile, poiché quanto più essa è obbedita “tanto p iù chiari, elevati e vari ne divengono i dettami, e il modello della perfezione, che dirige la nostra obbedienza, va sempre al di là di questa” 14 .  Nell’esperienza della coscienza, quale senso del dovere, l’uomo sperimenta la presenza di un Essere a lui superiore, che è anche legislatore e giudice. Egli è detentore di una perfezione che si svela sempre più a chi gli obbedisce, ma che rimane sempre al di là di ogni confronto  possibile. Qui, dunque, ci sono gli elementi di un sistema religioso, di un sistema cioè di rapporti che ci legano al Potere supremo, e che esige la nostra obbedienza abituale 15 . L’esperienza nella coscienza pone in un atteggiamento di attesa, di apertura ad una ulteriore e  più completa rivelazione. Infatti, il bene che deriva agli uomini dalla voce della coscienza non è sufficiente: è frammentario, difficile da districare dalle passioni e dall’egoismo. La ragione viene in aiuto, ma essa non è idonea ad appagare il desiderio di conoscere l’identità dell’interlocutore. “Potessi trovarlo! - riprese poco dopo con calore. - Vado a tastoni, senza riuscire a toccarlo. Perché lotti contro di me? Perché mi sgomenti e mi lasci incerta, o primo ed unico bene? Io non ti possiedo, ma ho bisogno di te” 16 . L’esperienza della voce della coscienza apre alla rivelazione e dispone alla fede. A livello razionale si pone però la questione metafisica dell’esistenza di Dio: è veramente la voce di Dio che si percepisce nella coscienza? La risposta richiede un breve riferimento all’epistemologia newmaniana 17 . 10 ivi . 11  Le ragioni di questa preferenza si possono così riassumere: Il senso del dovere è primario e in accordo con il  principale obiettivo (mostrare come un uomo, anche non istruito, possa raggiungere la certezza in materie religiose); pur stando entrambi gli aspetti sempre insieme, in ordine di tempo la coscienza porta la nostra attenzione e si manifesta come senso del dovere (cf PPS 7,45s); per reazione al Liberalismo, che basava la coscienza sulla ragione e riduceva una verità etica a mero buon gusto. 12 Grammatica , 67 13 ivi . 14 Sermoni Universitari , in Opere di John Henry Newman , a cura di A.Bosi, U.T.E.T ., Torino 1988 (d’ora in poi: SU), p. 476. 15 cf ivi . 16 Callista , 177 17 Per queste considerazioni attingo abbondantemente ad alcune conferenze pubblicate in  John Henry Newman. L’idea di ragione. Atti del III Colloquio Internazionale del Pensiero cristiano (Milano 22-23 Febbraio 1991) , a cura di O. Grassi, Milano 1992.
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