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Crisi, rinascita e prospettive future del liberalismo classico

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Crisi, rinascita e prospettive future del liberalismo classico
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  June 18, 2013 Crisi, rinascita e prospettive future del liberalismoclassico istitutodipolitica.it /wordpress/2013/06/18/crisi-rinascita-e-prospettive-future-del-liberalismo-classico/ Istituto di Politica | di Alessandro Rico Nell’epoca in cui tutti si proclamano liberali e il liberalismo hainevitabilmente perso la sua specificità, sembrano lontani gli annidelle polemiche Croce-Einaudi o Sturzo-La Pira sulla libertàeconomica, gli anni delle utopie socialiste o del New Deal diRoosevelt. Eppure il liberalismo non è stato sempre mainstream .La crisi del ’29, per tanti aspetti paragonabile a quella presente eugualmente invocata come prova dell’«instabilità delcapitalismo», fu infatti il momento culminante di un progressivodeclino del liberalismo, iniziato nel secolo XIX. Gli intellettualiliberali avevano smesso di apportare contributi srcinali; l’analisi di Marx, la cui potenza eralegata all’uso degli stessi strumenti dell’economia classica, aveva intaccato la fiducia nellaissez faire e nelle istituzioni «borghesi»; si andava diffondendo la convinzione, poisuffragata dalla Rivoluzione d’ottobre, che il capitalismo fosse di per sé destinatoall’implosione e che, se non si voleva scivolare nell’autoritarismo, bisognava accogliere leistanze della tradizione democratica e del socialismo. Alla fine degli anni ’70, complici lostallo dell’economia keynesiana e del modello socialdemocratico, il liberalismo conobbecomunque una graduale rinascita, recuperando i suoi principi più autentici. Nella forma del Classical liberalism , fu “ristrutturato” dalla Scuola Austriaca, sulla base del marginalismo edell’individualismo metodologico, ma soprattutto grazie alla tenacia intellettuale di Friedrichvon Hayek, che con un organico “sistema della libertà” divenne il principale artefice dellarivalsa liberale, divenuta impetuosa negli anni ’80, addirittura dirompente dopo il crollo delmuro di Berlino e la sconfitta storica del comunismo. Oggi, soffocato da una recessionemondiale, il “vento liberale” sembra affievolirsi di nuovo; ed è pertanto quanto maiopportuno tracciare un bilancio della storia del liberalismo classico, del quale ci vienetroppo spesso consegnata un’immagine caricaturale, spregiativamente ridotta all’etichettadi “neoliberismo”. Ciò vale particolarmente in Italia, dove la tradizione liberale ha faticato adattecchire, stretta tra il marxismo e una cultura cristiano-sociale diffidente verso il mercato eancorata a logiche redistributive. Giunge allora in soccorso il libro di Antonio Masala, Crisi erinascita del liberalismo classico , ETS, Pisa, 2012, pp. 340, che riesce nell’impresa diconiugare chiarezza, esaustività e precisione.Il saggio è articolato in cinque capitoli: da una rassegna degli attacchi subiti dal Classical liberalism  nella prima metà del ’900, alle trasformazioni cui lo spinsero quelle critiche, aglisnodi che affrontò prima di trovare nuova linfa (l’analisi del totalitarismo, il confronto con latradizione democratica, la teoria della genesi degli ordini sociali). Masala ripropone le tesidi autori come Strauss, Wolin e Hallowell, che deploravano una presunta deriva relativistica 1/3  del liberalismo, ridottosi secondo loro a storicismo avalutativo o mero economicismo edivenuto così incapace di arginare la decadenza della filosofia politica, segnata dagli abusidei teorici del totalitarismo.Masala ripercorre i momenti salienti della rinascita del liberalismo. Anzitutto, la critica cheMises, Hayek e Popper già negli anni ’40 avevano indirizzato ai totalitarismi: essadimostrava che la crisi della filosofia politica non dipendeva dai difetti del liberalismo,semmai da un suo snaturamento o da un suo completo rigetto. Il tratto srcinale di quellariflessione stava nell’aver ricondotto fascismo, nazismo e comunismo a radici intellettualicomuni, cioè a una mentalità antiliberale, che Mises ascriveva all’incapacità dicomprendere il libero mercato e di accettare la dura disciplina della concorrenza – e allarinuncia, da parte dei liberali, a una strenua battaglia ideologica; mentre Hayek, anche sein modo meno radicale di Mises, segnalava i pericoli dell’uso del potere politico per perseguire la perequazione economica; e Popper, di cui Masala mette giustamente indubbio l’adesione a un ortodosso liberismo, sviluppava le considerazioni sul razionalismocritico e lo storicismo, formulate pure da Hayek in The Counter-Revolution of Science .L’altro momento dell’anabasi del Classical liberalism  è il confronto con la teoriademocratica, imposto dalla storia e complicato dall’ambiguità della democrazia: che da unlato, poteva apparire un naturale completamento del liberalismo (secondo la lettura diBobbio), dall’altro rischiava di rivelarsi, se le si fosse attribuita una sostanza etica, unostrumento buono tanto per il liberalismo che per il socialismo (questa era l’allarmanteosservazione di Schumpeter). Tale sfida intellettuale costringeva il liberalismo a ridefinire lesue categorie, a cominciare dal concetto di libertà, su cui lavorò Isaiah Berlin, con lafortunata distinzione tra libertà negativa e libertà positiva, l’una caratteristica delliberalismo, l’altra (intesa come autonomia) della tradizione democratica. In questo quadrosi colloca anche il tema hayekiano della rule of law, che Masala sviluppa richiamando lecritiche di Bruno Leoni alla rappresentanza democratica e alla sovrapproduzione legislativae il riferimento del pensatore torinese al “diritto vivente”, non cristallizzato nei codici, mascoperto dai giudici sulla base delle stratificazioni giurisprudenziali.È tuttavia nell’ultimo capitolo che l’autore si addentra nella questione decisiva per rinascitadel liberalismo classico: si tratta dell’srcine degli ordini sociali e della funzione che nel lorosviluppo esercita la politica. Non manca il cenno ai filosofi che per primi adottarono lasoluzione spontaneistica, anzitutto Mandeville e Smith; ma soprattutto Masala torna suMises, Hayek e Leoni. L’autore ricostruisce meticolosamente la teoria hayekiana degliordini spontanei, cominciando dagli studi psicologici, che confutavano le pretese dionniscienza della mente umana; passando per il cruciale Economics and Knowledge , in cuisi affacciava l’interpretazione del sistema di mercato come meccanismo di comunicazione,che mette a frutto le conoscenze parziali degli individui, mediante la guida impersonale deiprezzi; per giungere infine all’estensione delle acquisizioni epistemologiche alla teoriapolitica, con la critica del razionalismo astratto o costruttivismo (la pretesa che gli ordinisociali siano il frutto di un progetto deliberato) in nome del razionalismo evoluzionistico, chevede nelle istituzioni sociali il prodotto spontaneo e inintenzionale delle interazioniindividuali. Si compie così il percorso iniziato dalla rivoluzione marginalista, proseguito dalla 2/3  prasseologia di Mises, diventato sistematico nelle mani di Hayek e arricchito dalle intuizionidi Leoni, culminato nel ritorno del Classical liberalism  al centro dell’agenda politica, conReagan e Thatcher.Solo due scelte, a mio giudizio, possono essere rimproverate all’autore: in primo luogo,l’esclusione di Rothbard dalla rassegna degli attacchi al liberalismo “relativista” (leargomentazioni del filosofo americano, sostenitore dell’«assolutismo etico» e del recuperodel diritto naturale, sarebbero state tanto più pertinenti, poiché interne, se non al  Classical liberalism , almeno alla galassia Libertarian ). E in secondo luogo, l’aver presentato eventiquali la Grande Depressione o la crisi del ’29 come epifenomeni di un clima intellettuale,mentre furono concause del declino e poi del riscatto del liberalismo. Paradigmatica è lafigura di Keynes: consacrato custode della nuova ortodossia economica “interventista”dopo il martedì nero, poi screditato dalla stagflazione dei primi anni ’70, che scuoteva lefondamenta della sua teoria.Ma il saggio di Masala non si limita a un’accurata ricostruzione della rinascita delliberalismo classico; esso ha anche il pregio di delineare prospettive di ricerca e stimolaredomande fondamentali. La rinascita è davvero definitiva? Oppure, negli anni di una nuovacrisi mondiale, il liberalismo è destinato a soccombere ancora sotto le sferzate di nuoveoffensive ideologiche? E di fronte a queste deve difendersi con i soli strumenti della teoria,o peggio, della prassi economica, o deve ricostruire una «buona ideologia», come volevaMises? E una buona ideologia può cercare una convergenza con quelle tradizioni culturali,che a loro volta combattono lo statalismo e il relativismo, come quella cattolica? In tal caso,deve tenersi alla specificità di un liberalismo evoluzionista, o ridiscutere il rapporto traspontaneismo e giusnaturalismo? Sono interrogativi che testimoniano come la forza delliberalismo risieda nella sua vitalità intellettuale, nella sua capacità di raccogliere le sfidedei tempi, tenendo però dritta la barra dei suoi principi. Ciò che paradossalmentericonosceva proprio Keynes: «Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quellegiuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtàil mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberida ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto». Tags: Alessandro Rico, Antonio Masala, Crisi e rinascita del liberalismo classico, featured, Friedrich von Hayek, istituto di politica, Rothbard, The Counter-Revolution of Science Category : Letture e recensioni, RdP online 3/3
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