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Andrea Moro-Le lingue impossibili

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   Andrea Moro-Le lingue impossibiliIn questo volume Andrea Moro, linguista e neuroscienziato, si domanda se esistono lingueimpossibili e a che cosa servirebbero. Queste potrebbero risultare utili ad esempio per delineare le proprietà e le caratteristiche che rendono tali quelle possibili.Offre degli spunti molto interessanti ed è in grado di suscitare un grande interesse anche per i profani della materia, soprattutto per quanto riguarda gli esperimenti svolti e le importanti conclusioni a cui sono giunti. Questi vengono esposti nel dettaglio e, dove necessario, l'autore spiega il significato dei termini più specifici effettuando anche un breveexcursus storico ( spiega ad esempio come si è arrivati alla scoperta dell'area di Broca e il ruolo che questa svolge nell'apprendimento del linguaggio) e in che cosa consiste la tecnica di neuroimagining. La linguistica e le neuroscienze sono due campi di studio molto complessi in apparente contraddizione con la facilità e la naturalezza con cui comunichiamo ogni giorno: sono però fondamentali per comprendere il fascino e i meccanismi di questa attività. Tuttavia, per capire pienamente il pensiero del linguista e i suoi esperimenti, è necessario citare Chomsky e la sua teoria per l' apprendimento del linguaggio. Riassunto brevemente,egli ipotizzò l'esistenza di una parte del cervello dedicata all'apprendimento del linguaggio di cui siamo dotati sin dalla nascita (tecnicamente chiamato LAD: language acquisition device): "[...] il fatto che tutti i bambini normali acquisiscano delle grammatiche sostanzialmente comparabili, di grande complessità e con notevole rapidità, suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati per farlo [...]" (CHOMSKY 1959, p. 57, in MORO 2017, p. 25). Le lingue non sono quindi una mera associazione di suoni e oggetti: la loro esistenza è ben radicata nella fisiologia del nostro cervello. L'autore afferma innanzitutto che possiamo considerare il linguaggio sia da un punto di vista formale, ovvero un insieme di parole e strutture, sia da un punto di vista prettamente fisico: all'esterno del cervello come onde meccaniche d'aria e all'interno come onde elettriche ( ivi   p. 90). Per quanto riguarda il punto di vista formale, è importante ricordare che la sintassi di una lingua, ossia il livello di analisi che studia la struttura delle frasi ( cfr.  BERRUTO, CERRUTI 2011) è un meccanismo altamente articolato. Per rendere i lettori consapevoli di tale complessità, l'autore utilizza la metafora dell'arazzo: in superficie appare come un insieme di parole ben organizzato ma, se guardiamo la sua struttura sottostante, riusciamo a coglierne tutte le sfumature e approfondire le caratteristiche delle  lingue impossibili. Cosa si intende però per lingua impossibile? La definizione di organismo biologico è semplice ( è considerato impossibile se contraddice alcune leggi della fisica) mentre per ciò che riguarda le lingue la definizione è più complessa poiché entrano in gioco molteplici fattori. Come già affermato, occorre quindi analizzare le proprietà che rendono tali quelle possibili e, in un secondo momento, cercare di dare una definizione delle lingue impossibili. È stato dimostrato che una lingua è possibile (cioè accettabile) solamente se risponde a determinati requisiti, come la ricorsività (ovvero la capacità di una regola di essere applicata più volte di seguito) e la capacità degli esseri umani di generare un numero potenzialmente infinito di frasi partendo da un numero finito di elementi. Se esponessimo ad esempio un bambino ad una lingua non ricorsiva questo non sarebbe in grado di impararla poiché è impossibile. Partendo da questi fondamenti, Moro ha effettuato due esperimenti (uno in Italia e l'altro inGermania) utilizzando la tecnica delle neuroimagining attraverso la risonanza magnetica e i dati emersi sono di straordinaria importanza. Il loro scopo era quello di dimostrare che la sintassi delle lingue umane è insita nella struttura neurobiologica del cervello e che questanon sia quindi da considerare come un fatto culturale. Musso, Moro, Glauche e alcuni collaboratori svolsero un esperimento selezionando un gruppo di dodici individui monolingui provenienti dalla Germania dell'Est che non avevano mai avuto contatti con parlanti italiani. A questi venne insegnata la lingua italiana ma, alcune regole erano esistenti e, a loro insaputa, altre impossibili. Bisogna però sottolineareche con "impossibile" l'autore non intende "non realizzabile" o regole molte complesse o addirittura assurde: sono anzi regole molto ragionevoli e elementari. Una di queste prevedeva ad esempio che, per formare una frase interrogativa in italiano, fosse necessario invertire l'ordine delle parole e che la negazione dovesse necessariamente essere la quarta parola della frase. Ad un altro gruppo venne invece insegnato il giapponese, dato che uno dei revisori temeva che il fatto che sia il tedesco che l'italiano appartenessero al ramo delle lingue Indo-europee, avrebbe aggiunto una variabile all'esperimento. I dati emersi sono sorprendenti: solamente alcune porzioni del cervello umano, in modo particolare l'area di Broca, il "centro cerebrale che presiede alla nostra capacità di esprimerci attraverso la voce" ( L' area di Broca e la rappresentazione del linguaggio nel cervello , Le Scienze , 28 gennaio 2015), vengono attivate durante l'apprendimento del linguaggio mentre non si attivano quando la grammatica viene manipolata in modo artificiale. ( cfr  . MORO 2017). I dati emersi hanno quindi confermato le  loro ipotesi, ovvero che la struttura del linguaggio è l'esito di un progetto biologico. Più dettagliatamente, si è registrato un "incremento della quantità di sangue nell'area di Broca corrispondente all'aumento dell'abilità dei partecipanti nell'applicare regole basate sull'architettura ricorsiva,e una diminuzione della quantità di sangue nella stessa area associata a un aumento dell'abilità dei partecipanti nell'applicare regole basate sull'ordine lineare" ( ivi  , p. 63-64). Questi risultati sono di indubbio rilievo e Moro li utilizza come prova empirica della sua tesi. Tuttavia, analizzandoli più a fondo, ci rendiamo conto che l’attivazione di questa area del cervello non testimonia un’impossibilità linguistica poiché, in fin dei conti, i soggetti hanno appreso la regola. Indica piuttosto la capacità del nostro cervello di rendere possibili delle regole che in realtà non lo sono. Tornando alla distinzione iniziale e volendo affrontare il problema da un punto di vista fisico, appare molto interessante un altro esperimento effettuato mediante la chirurgia a paziente sveglio: i pazienti venivano svegliati dopo la rimozione di una parte della calotta cranica e il chirurgo chiedeva al paziente di effettuare alcuni compiti molto semplici che richiedevano l'uso della parte di corteccia esposta. ( ivi  , p. 93). Tuttavia, come afferma l’autore stesso, questo tipo di ricerca è molto difficile e limitato a causa di molteplici fattori, tra cui l'invasività e le varie questioni legate all'etica poiché il paziente si trova in uno stadio emotivo particolarmente delicato. Sono stati selezionati sedici pazienti ai quali venne chiesto di leggere prima ad alta voce poi a mente alcune parole e alcune frasi per confrontare poi la forma delle onde sonore e di quelle elettriche nell'area di Broca. I dati sono ancora una volta sorprendenti: i due tipi di onda sono talmente simili da sovrapporsi, a prescindere dalla presenza del suono: l'informazione acustica è parte del suono fin dall'inizio, o perlomeno prima che la realizzazione del suono abbia luogo. Esaminando i risultati di questi due esperimenti viene naturale domandarsi: esistono quindi delle lingue impossibili? In un'intervista rilasciata a Wired in merito al film di fantascienza di Denis Villeneuve “Arrival”   dove la protagonista tenta di decifrare un linguaggio alieno, alla domanda: "non serve dunque scomodare gli alieni per trovare delle lingue che non possiamo comprendere ?" Moro afferma, ricordando l'esperimento in Germania, che questo è uno dei quesiti centrali della linguistica moderna e che occorre ancora definire "cosa fa di una lingua umana una lingua umana", poiché questa ci distingue dagli animali (BONFRANCESCHI, 21 gennaio 2017). Noi esseri umani abbiamo quindi, a differenza degli animali, delle caratteristiche organiche che ci permettono di creare una sintassi capace di generare senso. Tuttavia, siamo sicuri del fatto che le lingue  possibili siano le più valide? A questo proposito, citando le lingue artificiali, Moro afferma che: “possibile non significa necessariamente ottimale” (MORO 2017, p. 109). Siamo ormai soliti pensare che il mito della torre di Babele rappresenti la condanna a dover vivere in un mondo dove gli esseri umani sono separati anche dalla molteplicità delle lingue. Anche se esistono ancora persone che vivono questa situazione in modo negativo a causa della difficoltà di comunicare con persone che vivono fuori dal nostro paese, dobbiamo invece viverla in modo più positivo poiché ci permette di cogliere la ricchezza che deriva da questa diversità. Sono state quindi create nel corso del tempo delle lingue artificiali che fossero più efficaci sia dal punto di vista comunicativo che dell’apprendimento. Alcune sono nate per scopi pratici, come l’esperanto, altre per scopi letterari come l’elfico creato da R.R.Tolkien per “Il signore degli anelli”. Nessuna lingua umana è perfetta, poiché ad esempio a causa della ricchezza del lessico ogni lingua è ambigua (esistono ad esempio più significati per una stessa parola). Il fatto che “il tempo consuma e corrompe le cose e le menti” ( ivi  , p. 109) ha portato gli uomini a considerare la lingua srcinaria, quelle parlata prima del crollo di Babele, come perfetta. Anche Benjamin, approfondendo il campo della traduzione, parla di “pura lingua”: è un’idea di lingua metastorica, presente primordialmente in ogni lingua e il traduttore avrà poi il compito di liberarla attraverso la traduzione in quanto prigioniera dell’opera. (BENJAMIN, 1923, in NERGAARD, 1995, p. 221).È ovvio che le lingue mutano con il tempo: essendo sempre più in contatto con parlanti di altre lingue il lessico si arricchisce molto rapidamente e comporta chiaramente molta ambiguità. Obbediscono però tutte alle regole dettate dalla nostra struttura biologica: questa è invariante e, di fatto, rispetto alle proprietà formali non si evolve.Il lavoro di Moro ha offerto senza alcun dubbio un grande apporto alla linguistica moderna anche se, ovviamente, non c’è limite alla ricerca e alle nuove scoperte.Per concludere, vorrei citare le parole dell’autore durante un'intervista per la rivista online “Moebius”. Egli afferma che "più andiamo avanti più ci rendiamo conto di sapere pochissimo" e offre un importante spunto per ulteriori ricerche e approfondimenti: “la domanda chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Può essere riformulata: cosa parliamo? Cosa parlavamo e cosa parleremo?”.  Bibliografia • Benjamin, Walter (1923)  Il compito del traduttore , in Nergaard, Siri (1995) Teorie contemporanee della traduzione , Bompiani, Milano • Berruto, Gaetano, Cerruto, Massimo (2011) La linguistica. Un corso introduttivo , Utet Università, Torino • L’area di Broca e la rappresentazione del linguaggio nel cervello , Le Scienze , 28 gennaio 2015, http://www.lescienze.it/news/2015/01/28/news/rappresentazione_linguaggio_broca_ fonazione_strutture_linguistiche-2459573/ • Moro, Andrea (2017) Le lingue impossibili  , Raffaello Cortina Editore, Milano • Moro, Andrea. Intervista. “  Arrival, potremmo davvero interpretare una lingua aliena ?”. Bonfranceschi, Anna Lisa. Wired  , 25 gennaio 2017, https://www.wired.it/scienza/lab/2017/01/25/arrival-interpretare-lingua-aliena/ • Moro, Andrea. Intervista. “ Negazione e lingue impossibili: che cos’è il linguaggio? ” Melis, Maurizio. Moebius , http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/LingueImpossibili.shtml
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