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Architettura come tempo

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    Paolo Favole IL TEMPO DELL’ARCHITETTURA Editoriali di un decennio    SOMMARIO    Ivo A. Nardella Prefazione ………………………………………………………..p. 5    Paolo Favole Le condizioni sono cambiate …………………………………..p. 7 Editoriali / 1      Arketipo. L’architettura del fare 2019-2015  ……………………………………………………….p. 13    Tino Grisi Architettura come tempo……………………………………….p. 81 Editoriali / 2      Progettare. Architettura città territorio 2015-2009  ……………………………………………………….p. 83    Articoli scelti ……………………………………………………..p. 117  81   ARCHITETTURA COME TEMPO TINO GRISI er illustrare il principio compositivo dell'Istituto d'Arte contemporanea nella Virginia Commonwealth University (2012) Steven Holl utilizza un diagramma temporale: un piano verticale “Z” rappresenta il tempo presente lungo il quale è strutturato il movimento d'accesso agli spazi; esso risponde alla torsione degli atria   anteposti e intersecati fra loro, e genera il transito “XY” negli ulteriori ambienti, secondo un'idea di “biforcazione temporale” che suggerisce come, in realtà, esistano più fruizioni parallele. La nozione di “tempo corrente” ritorna così in discussione, mentre, lungo una ritrovata idea di “passeggiata architettonica”, l'integrazione di tutte le parti dell'edificio può essere vissuta da diversi punti di vista, sviluppando la mutevole percezione in parallasse. Si riscopre quanto stava alla base dell'esperimento del Raumplan  :   la distribuzione nello spazio verticale temporalizzato, facendo prevalere gli ambiti di relazione, gli annessi, le terrazze, in una composizione degli elementi architettonici tale che sia attraversabile con fluidità ed efficacia  , dando forma a una realtà variamente vivibile, persino in chiave fantastica. Esterno e interno si coordinano nella progettazione di ambienti non più vincolati a uno stesso livello ma varianti nella collocazione secondo il loro significato. Con la continuità orizzontale/verticale scompare ogni atmosfera di fissità: cellule ondulate sostituiscono i cubicoli scatolari, ciascuna stanza ha una visuale propria, i movimenti distributivi non sono automatici, bensì fluidi e tutta l’architettura diviene massimamente accessibile e abitabile. Il dinamismo delle percezioni spazio-temporali accompagna il fruitore nel suo percorso attorno e all’interno di un edificio il quale non è più un volume infitto nel terreno, bensì sistema che si percorre, penetra e attraversa. È un’architettura autenticamente “informale”, una “casa aperta”, flessibile e adattabile, su piani affacciati uno sull'altro che offrono ampie capacità di trasformazione: possono diventare trasparenti, opachi, brulicanti o quieti, luminosi invece che ombreggiati. Nasce qualcosa che va oltre un canonico spazio pubblico o domestico, un luogo, cioè, più che ospitale, molto confortevole, stimolatore di pensieri, in grado di generare sollievo e riplasmare la comprensione urbana, ben ricordando come, nel coniare all’inizio degli anni 1960 il termine “urbatettura”, Jan Lubicz-Nycz lo riferiva a strutture capaci d’accogliere più funzioni sotto forma di “contenitori d’umanità” e, più tardi (1973), Bruno Zevi la descriveva come il processo per cui «fratto il volume in lastre poi riassemblate in senso quadridimensionale, le facciate tradizionali scompaiono, crolla ogni distinzione tra spazio interno ed esterno, tra architettura e urbanistica». La strategia d’edificazione si basa, di conseguenza, sul progetto come organismo densificante, dove la concentrazione e la distribuzione spaziale sono descritte da azioni perpetuate nel tempo quali: saturare, congestionare, infittire, stratificare. Verso il distribuirsi puntiforme dei corpi di fabbrica, tale scrittura topogenetica procede secondo una forma di “zonizzazione tridimensionale” che espande le potenzialità di coesione della città e dove la lontananza è sostituita dalla prossimità. Ci troviamo a concepire e attuare una visione del tutto sperimentale e incompleta che affronti il tema della progettazione architettonica avendo, come suo accompagnamento e contrappunto, forme di ri-naturalizzazione dei luoghi, soglia permeabile dell’edificato, e, quale risultato, una composizione discontinua di costruzioni attivamente distanziate da vuoti, cesure e attraversamenti disposti a rimanere arbitrariamente fruiti e formalmente “non-pensati”. Se, come ci ha ricordato Italo Calvino, parafrasando Dante, «la fantasia è un posto dove ci piove dentro», questo edificare raccolto su nuclei aperti, permettendo la visione temporalizzata degli spazi giustapposti come del cielo, potrà misurarsi con il cosmo e le connessioni immateriali, agendo quale segno di relazione, sia personale, sia comunitaria, tra vita locale e mondo immaginifico. Coop Himme(l)blau, Kristallpalast, Dresda,1998
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