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FORSCHUNGEN ZUR ANTIKEN SKLAVEREI

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  FORSCHUNGEN ZUR ANTIKEN SKLAVEREI   BEGRÜNDET VON JOSEPH VOGT, FORTGEFÜHRT VON HEINZ BELLEN IM AUFTRAG DER AKADEMIE DER WISSENSCHAFTEN UND DER LITERATUR HERAUSGEGEBEN VON HEINZ HEINEN BEIHEFT 5 ________________________________________________________________________________ HANDWÖRTERBUCH DER ANTIKEN SKLAVEREI IM AUFTRAG DER AKADEMIE DER WISSENSCHAFTEN UND DER LITERATUR, MAINZ herausgegeben von HEINZ HEINEN in Verbindung mit ULRICH EIGLER, PETER GRÖSCHLER, ELISABETH HERRMANN-OTTO, HENNER VON HESBERG, HARTMUT LEPPIN, HANS-ALBERT RUPPRECHT, WINFRIED SCHMITZ, INGOMAR WEILER und BERNHARD ZIMMERMANN Redaktion JOHANNES DEISSLER in Zusammenarbeit mit dem Kompetenzzentrum für elektronische Erschließungs- und Publikationsverfahren in den Geisteswissenschaften an der Universität Trier Gefördert mit Mitteln der Fritz Thyssen Stiftung für Wissenschaftsförderung, Köln LIEFERUNG I-II FRANZ STEINER VERLAG · STUTTGART 2008    Handwörterbuch der antiken Sklaverei (HAS). Im Auftrag der Akademie der Wissenschaften und der Literatur, Mainz hrsg. von Heinz Heinen u.a. CD-ROM-Lieferung I-II. Stuttgart: Franz Steiner 2008, s.v.   Kolonat II.   J URISTISCH .   A.   D IE V ERBREITUNG DER LANDWIRTSCHAFTLICHEN P ACHT IN DER SPÄTEN R  EPUBLIK  .   B.   T ERMINI FÜR DEN P ACHTVERTRAG .   C.   Z UNEHMENDE S CHWIERIGKEITEN DER K  OLONEN WÄHREND DES P RINZIPATS .   D.   D IE E INFÜHRUNG DER B INDUNG AN DEN B ODEN .   E.   F ORTSCHREITENDE V ERSCHLECHTERUNG DER JURISTISCHEN S TELLUNG DER K  OLONEN .   F.   D IE UNTERSCHIEDLICHE E  NTWICKLUNG DES K  OLONATES IN BEIDEN R  EICHSTEILEN  II.   G IURIDICO  A.   L A DIFFUSIONE DELLA LOCAZIONE DI TERRENI AGRICOLI NELLA TARDA R  EPUBBLICA   Nelle fonti letterarie, il termine colonus  è attestato nel senso di „affittuario di un terreno agricolo“ per la prima volta in Cicerone [Cic. Verr. 2,3,55], anche se tale uso è riferito da Columella in precedenza ai Saserna [Colum. 1,7,4; v. 4, 39-42]. Con tale significato colonus  figura come sinonimo di conductor   in numerosi frammenti del Digesto, in cui i giuristi esprimono i loro pareri in merito alla posizione dell’affittuario di un fondo rustico (distinguendolo dall’ inquilinus , affittuario di un’abitazione urbana) nell’ambito del contratto di locatio   conductio   rei  [5]. Si tratta di un contratto consensuale al quale non solo il Digesto, ma anche il Codice di Giustiniano dedicano uno specifico titolo: Dig. 19,2 (  Locati conducti ) e Cod. Iust. 4,65 (  De locato et conducto ). Oggetto del contratto è il temporaneo godimento (ad es.:  perfrui   liceat    ad    certum   tempus  [Dig. 19,1,13,30]) di un fondo da  parte del conduttore e la percezione dei frutti in cambio del pagamento di un canone ( merces ,  pensio ) al locatore. Che intorno alla metà del primo secolo a.C. la disciplina del contratto avesse raggiunto un considerevole grado di maturazione lo dimostra la presenza nel Digesto di frequenti citazioni di Servio, da parte di giuristi di epoca classica, e di alcuni frammenti di Alfeno. Tuttavia, una sua ampia diffusione dovette verificarsi già verso la fine del secolo precedente in concomitanza con due principali fattori: la privatizzazione della terra italica, in conseguenza dello smantellamento dei provvedimenti di riforma graccani, e una sensibile crescita dell’economia monetaria. L’accresciuta disponibilità di terra in piena proprietà consentì ai ricchi aristocratici di trarne profitto  per mezzo dell’affitto, in aggiunta o in alternativa allo sfruttamento degli schiavi attraverso il sistema della villa [7]. Il ricorso alla locazione permetteva ai proprietari non solo di risparmiarsi il coinvolgimento diretto nella coltivazione della terra e nella raccolta dei frutti, ma anche la loro messa in vendita sul mercato. La locazione agraria si diffuse parallelamente alla fioritura del sistema della villa, contribuendo all’incremento della  produzione e alla crescita dell’economia italica. La maggiore convenienza dell’affitto, in talune circostanze, è  provata dall’introduzione della figura del servus   quasi   colonus  [v. sopra I.], già nota ad Alfeno [Dig. 15,3,16; v. 8]. In tal caso, Cervidio Scevola ritiene che lo schiavo non fa più parte dell’ instrumentum , in quanto coltiva il fondo non  fide   dominica , sed mercede  [Dig. 33,7,20,1]. I casi in cui l’affitto era preferito alla conduzione diretta erano nella pratica più numerosi di quelli consigliati da Columella [Colum. 1,7,4], che li limitava ai fondi situati in luoghi lontani o insalubri. La stessa realtà dei coloni era molto variegata e complessa: non solo dal punto di vista della condizione giuridica possiamo trovare sia coloni liberi che coloni schiavi, ma anche la loro posizione sociale poteva essere molto diversa. Columella [Colum. 1,7,4] riprende la critica di uno dei Saserna rivolta contro coloro che affittano le loro ville a coloni urbani che, invece di coltivarle direttamente, le affidano a squadre di schiavi [1, 331 s.]. Dal canto loro, i giuristi richiamano la responsabilità del colono per il proprio schiavo che provoca l’incendio della villa [Dig. 9,2,27,11] o di quello che, in un caso analogo, aveva incaricato il  proprio schiavo, autore dell’incendio, di occuparsi della fornace di cui era dotato lo stesso fondo preso in affitto [Dig. 9,2,27,9]. In alcuni casi, era previsto che all’affittuario venissero consegnati in buone condizioni la villa, la stalla e l’ovile [Dig. 19,2,15,1]. A Nerazio, inoltre, sembrava abbastanza normale che un colono prendesse in affitto un fondo provvisto dell’ instrumentum  necessario per la produzione e la conservazione dell’olio e del vino [Dig. 19,2,19,2; v. 6]. Ma la maggior parte dei coloni, titolari di un contratto di affitto, doveva essere di più umile condizione sociale: poteva verificarsi, ad es., che il colono disponesse solo di ciò che come instrumentum  recava egli stesso sul fondo [Dig. 33,7,24].   B.   I  TERMINI DEL CONTRATTO DI LOCAZIONE  La durata del contratto era di norma quinquennale [ad es. Dig. 19,2,9,1; 24,2; Plin. epist. 9,37], ma dopo tale scadenza si poteva rinnovare tacitamente [Dig. 19,2,13,11]. Il canone era di solito stabilito in una somma fissa determinata in denaro. Plinio il giovane conosce e pratica la colonia parziaria [Plin. epist. 9,37], di cui nei  Digesta  abbiamo una sola possibile attestazione proveniente dal commento all’editto provinciale di Gaio [Dig. 19,2,15,6]. Nelle province la colonia parziaria era molto diffusa: ne abbiamo una celebre testimonianza in Africa, tramandata sotto il nome di lex    Manciana  e ben documentata attraverso le cosiddette grandi iscrizioni africane, in particolare quella di Henchir Mettich [CIL VIII 25902 = FIRA I 100; v. 10, 28-55]. Il proprietario e il colono appaiono legati da un comune interesse nello sfruttamento del fondo. Spettava, infatti, al proprietario agire ( unde   vi   interdicto ) contro chi scacciasse il colono dal fondo [Dig. 43,16,20]. Inoltre, era riconosciuto indifferentemente, al proprietario o al colono, il diritto di denunciare colui che rubasse [Dig. 47,2,83,1] o danneggiasse [Dig. 9,2,27,14] il raccolto. Il contratto di affitto, tuttavia, era regolato sulla base di  Handwörterbuch der antiken Sklaverei (HAS). Im Auftrag der Akademie der Wissenschaften und der Literatur, Mainz hrsg. von Heinz Heinen u.a. CD-ROM-Lieferung I-II. Stuttgart: Franz Steiner 2008, s.v.   reciproci diritti e doveri, il cui rispetto il locatore e il conduttore erano autorizzati a reclamare in virtù di un’ actio   ex   locato , il primo, e di un’ actio   ex   conducto , il secondo [12, 152-188]. Il colono può rivalersi contro il locatore che non gli permetta il godimento del fondo per l’intera durata del contratto [Dig. 19,2,24,4], oppure se il locatore vende il fondo senza impegnare il compratore al rispetto dei termini del contratto [Dig. 19,2,25,1]; o ancora, in caso di decesso del locatore che abbia lasciato in legato il fondo, il colono può agire contro l’erede se gli venga impedito di continuare la coltivazione [Dig. 19,2,32]. In pari modo, il colono non può abbandonare la coltivazione del fondo prima dello scadere del contratto [Dig. 19,2,24,2]; in caso contrario, egli è tenuto a pagare comunque il canone per tutta la sua durata [Dig. 19,2,55,2]. I principali doveri di un colono sono indicati in un frammento di Gaio: egli deve svolgere tutto ciò che è prescritto dalla lex   conductionis  e, prima di tutto, compiere con rigore nei tempi dovuti i lavori agricoli per non danneggiare il fondo e deve, inoltre, provvedere alla manutenzione della villa [Dig. 19,2,25,3]. Secondo quanto riferisce lo stesso giurista, il colono era ritenuto responsabile non solo degli alberi che egli stesso avesse tagliato [Dig. 47,7,9], ma anche di quelli che il vicino avesse abbattuto per inimicizia [Dig. 19,2,25,4]. Tra i diritti del colono rientrava il riconoscimento del valore dei miglioramenti apportati al fondo o degli edifici costruiti, anche se faceva questi lavori di sua iniziativa senza un accordo sancito nelle clausole contrattuali [Dig. 19,2,55,1]. A questo proposito abbiamo la descrizione del caso di un colono che pianta una vigna e si vede avanzare la richiesta di un aumento del canone motivata dall’accresciuto valore del raccolto. Di fronte alla  pretesa del proprietario di scacciare il colono sulla base del mancato pagamento del canone, Cervidio Scevola ritiene che il colono debba essere innanzi tutto risarcito dei suoi lavori e, in caso contrario, che non sia tenuto a  pagare il canone [Dig. 19,2,61 pr.]. Ma il principale diritto riconosciuto ai coloni riguardava la ripartizione dei rischi con il proprietario nel caso di mancato raccolto che dava luogo alla remissione del canone ( remissio   mercedis ) [2]. Il principio in base al quale veniva riconosciuto o meno il titolo alla remissione è espresso dal giurista Servio, menzionato in un frammento di Ulpiano [Dig. 19,2,15,2], dove troviamo anche una articolata esemplificazione. Il colono può richiedere la remissio   mercedis  quando la perdita del raccolto è dovuta a cause a cui egli non è in grado di opporre resistenza ( vis   cui   resisti   non    potest  ). Servio ricorda le inondazioni dei fiumi, le invasioni di cornacchie o di storni, le devastazioni dei nemici, e ancora gelate e siccità; aggiunge addirittura il terremoto, che impedirebbe il godimento stesso del bene: oportere   enim   agrum    praestari   conductori , ut     frui    possit  . Il colono non ha titolo alla remissione, quando il danno è causato dalla sua negligenza, ad es., quando il vino non è conservato bene o quando il raccolto è rovinato dalle erbacce o dagli insetti. Interventi giurisprudenziali successivi a Servio sembrano apportare precisazioni restrittive al beneficio della remissio   mercedis : Gaio dice che non si deve applicare quando la vis   maior   apporta un danno modesto [Dig. 19,2,25,6], mentre Papiniano ritiene dovuto il canone al proprietario che ha accordato la remissio  per un anno qualora il colono possa recuperare le perdite con i buoni raccolti degli anni successivi [Dig. 19,2,15,4]. Viceversa, un provvedimento a tutela degli interessi dei proprietari fu introdotto dall’ interdictum   Salvianum , in virtù del quale tutti i beni personali che il colono portava sul fondo ( invecta   et    illata ) venivano considerati come  pegno a garanzia del versamento del canone [Gai. inst. 4,147], ma secondo Labeone potevano cessare di essere considerati tali se in cambio veniva offerto un fideiussore [Dig. 20,6,14]. Successivamente, Pomponio dichiara che anche i frutti vanno tacitamente intesi come pegno a garanzia del canone, anche se ciò non è precisato dagli accordi [Dig. 20,2,7 pr.]; e Africano conferma questo costume [Dig. 47,2,62,8]. C.   L E CRESCENTI DIFFICOLTÀ DEI COLONI NEL CORSO DEL P RINCIPATO   Nel suo epistolario, Plinio il giovane (->Plinius Minor) ci offre un vivido quadro delle dinamiche interconnesse intorno all’intrecciarsi dei problemi relativi a  pignora , remissio   mercedis  e reliqua   colonorum . Egli racconta delle difficoltà dei coloni di un suo vicino che, per rifarsi degli arretrati non pagati, sottrae loro invecta   et    illata , senza però riuscire a migliorare la produttività del suo fondo, che è costretto a mettere in vendita ad un prezzo sensibilmente inferiore a quello del suo valore [Plin. epist. 3,19]. Lo stesso Plinio (->Plinius Minor) adotta una diversa strategia nei riguardi dei propri coloni, anch’essi ripetutamente in difficoltà, concedendo frequenti remissiones , ma non riesce neanche lui ad eliminare la cronica insolvenza dei coloni, per cui decide di passare dall’affitto a canone fisso alla colonia parziaria [Plin. epist. 9,37; v. 11, 308 s.]. È impossibile ricavare dalla sola testimonianza pliniana se le difficoltà dei suoi coloni umbri e quelle del suo vicino fossero strutturali o contingenti. Cervidio Scevola richiama le difficoltà di quei coloni che, rimasti indietro con il pagamento del canone, si allontanano dal fondo dopo aver versato una cauzione [Dig. 33,7,20,3]. Occorrerebbe sospettare che il colono indebitato era soggetto a diventare addictus , sull’attualità della cui figura v. sopra I. Non sappiamo se a simili difficoltà è dovuto il frequente ricorso all’istituto del  precarium , a cui Ulpiano dice di assistere ogni giorno, da parte di coloro che danno in pegno i propri beni e poi chiedono ai loro creditori di rimanere ad utilizzarli a tale titolo [Dig. 43,26,6,4]. Lo stesso Ulpiano parla dello scambio che un soggetto, che ha preso un bene in affitto, può effettuare passando a chiederlo in precario, e viceversa [Dig. 41,2,10 pr.]. La differenza consiste naturalmente nel fatto che egli, nel caso dell’affitto, dimostra di possedere una maggiore forza contrattuale, mentre si affida alla volontà del proprietario nel caso in cui chiede a titolo di  Handwörterbuch der antiken Sklaverei (HAS). Im Auftrag der Akademie der Wissenschaften und der Literatur, Mainz hrsg. von Heinz Heinen u.a. CD-ROM-Lieferung I-II. Stuttgart: Franz Steiner 2008, s.v.    precario un bene, dal momento che la disponibilità di esso gli può essere revocata in qualsiasi momento. In questa direzione dalle fonti giuridiche non possiamo ricavare molto di più. Dopo l’introduzione della costituzione di Caracalla, tuttavia, possiamo cogliere utili indicazioni circa l’emergere delle consuetudini locali, come nel caso di un rescritto di Severo Alessandro ( mos   regionis  [Cod. Iust. 4,65,8]) e uno di Diocleziano ( consuetudo   regionis  [Cod. Iust. 4,65,19]), entrambi a proposito delle norme regolanti la concessione della remissio   mercedis . D.   L’ INTRODUZIONE DEL VINCOLO LEGALE ALLA TERRA  Una nuova storia comincia per i coloni quando la legislazione imperiale li pone al centro di provvedimenti concernenti il diritto pubblico. Inoltre, per un lungo periodo questo processo conosce una biforcazione: su una strada, si evolve lo statuto giuridico dei coloni appartenenti alle terre imperiali e, su una strada diversa, si sviluppa la posizione dei coloni che lavorano nelle proprietà dei privati. Questo duplice processo si conclude nell’età di Valentiniano e Valente, quando una nuova distinzione porterà a separare le sorti dei coloni delle  province occidentali da quelle dei coloni delle province orientali. L’interesse degli imperatori per i propri coloni comincia a manifestarsi quando essi decidono, per tutelare la loro disponibilità economica, di renderne meno gravosi gli obblighi nei confronti dei munera publica , giungendo in alcuni casi ad esentarli del tutto. I primi imperatori, di cui abbiamo notizia che agirono in tale direzione, sono Marco Aurelio (->Marcus Aurelius) e Lucio Vero, secondo quanto riferisce il giurista Papirio Giusto [Dig. 50,1,38 pr.-1]. Più tardi, in un frammento di Callistrato [Dig. 50,6,6,10 s.], troviamo una distinzione di significato tra i termini conductor   e colonus , che per lo più appaiono nel Digesto utilizzati come sinonimi. Il giurista sembra, infatti, distinguere tra i facoltosi conductores , che prendevano in affitto proprietà imperiali di vaste estensioni, e semplici coloni   Caesaris , che erano assunti a loro volta alle dipendenze dei più ricchi e  potenti conductores , secondo il ben noto modello delle già citate iscrizioni africane [ad es. CIL VIII 10570, 14464 = FIRA I 103]. Callistrato riprende, commentandolo, il riferimento di Papirio Giusto al provvedimento dei divi    fratres . Il giurista dice che, in effetti, non si può impedire ai conductores   vectigalium  di sostenere volontariamente i munera   municipalia , purché però abbiano assolto in primo luogo quelli relativi al fisco. Per quanto riguarda i più umili coloni, il giurista semplicemente aggiunge che essi vengono esentati dai munera  per fare in modo che siano più idonei a svolgere le loro funzioni sui  praedia    fiscalia . Sulla questione dei munera  dei conductores  si susseguono altri interventi imperiali di età severiana, e  precisamente di Settimio Severo [cfr. Dig. 19,2,49 pr.], di Caracalla [Cod. Iust. 5,41,1] e di Alessandro Severo (->Septimius Severus) [Cod. Iust. 5,62,8]. Ma sarà l’imperatore Costantino a ribadire per i coloni più poveri, da una parte, l’esenzione dai munera  [Cod. Iust. 11,68,1] e sancire, dall’altra, il divieto di allontanarsi dalle terre che coltivavano [Cod. Iust. 11,68,2]. Le due misure sono contenute in due costituzioni conservate sotto una specifica rubrica del Codice di Giustiniano, dedicata ai contadini coloni e schiavi imperiali [Cod. Iust. 11,68:  De   agricolis   et    mancipiis   dominicis   vel    fiscalibus   sive   rei    privatae ]. Nella prima di queste costituzioni i coloni vengono qualificati con l’aggettivo di srcinales , con il quale sembra si voglia indicare che essi risiedevano sulle  proprietà imperiali da almeno una generazione. Ed è proprio in relazione all’ srco  sulle proprietà imperiali che appare configurato lo ius   colonatus , di cui parla una successiva costituzione dell’imperatore Costanzo II, diretta a vietare ai decurioni di sottrarsi ai loro munera  grazie a tale ius  [Cod. Theod. 4,12,3]. Su un binario parallelo, ma distinto si evolvono le vicende dei coloni impiegati sulle terre appartenenti ai privati. Anche questi coloni vengono legati alla terra per mezzo dell’ srco  che per essi, diversamente dai coloni imperiali, non va intesa come ereditarietà della funzione, ma come vincolo amministrativo. Le radici di tale vincolo, infatti, sono di natura fiscale e risalgono all’introduzione della capitatio  in seguito alla riforma dioclezianea. Il nuovo sistema prevede che la presenza dei coloni faccia accrescere l’onere fiscale gravante sui fondi ai quali essi afferiscono [Cod. Iust. 4,49,9]. Per questa ragione, Costantino (->Constantinus I.) richiamerà i coloni fuggitivi (->Flucht) alla loro srco  e condannerà i possessori, che li ospitano, a rimborsare la capitatio  ad essi pertinente, per tutto il periodo della loro assenza, ai legittimi proprietari sui quali ricade la responsabilità per il pagamento [Cod. Theod. 5,17,1]. Per analoghi motivi, l’imperatore Costanzo II vieta ai proprietari di trasferire i coloni dai fondi che intendono vendere o donare [Cod. Theod. 13,10,3 = Cod. Iust. 11,48,2]. E.   I L PROGRESSIVO DETERIORAMENTO DELLA CONDIZIONE GIURIDICA DEI COLONI   Numerose e importanti misure riguardanti il colonato vengono adottate dagli imperatori Valentiniano e Valente; in seguito ad esse ogni differenza tra lo statuto giuridico dei coloni dell’imperatore e quello dei coloni dei privati risulterà di fatto annullata. Diventa anche più complessa la ricca terminologia con cui i coloni vengono denominati; alcuni termini sono propri dei coloni occidentali o di quelli orientali, man mano che le due parti dell’impero si distinguono sempre più nettamente. Innanzi tutto, gli imperatori ribadiscono la norma per la quale i proprietari dei coloni fuggitivi devono essere risarciti da chi li accolga e li nasconda [Cod. Theod. 10,12,2]. In questa costituzione oltre al termine „ colonus “ compaiono anche „ tributarius “ e „ inquilinus “. Con il termine tributarius  vengono indicati i coloni i quali costituiscono un onere fiscale, la cui responsabilità ricade sui  proprietari ( indemnitatem   sarciat    tributorum  [Cod. Theod. 10,12,3]). Già in una legge di Costantino (-  Handwörterbuch der antiken Sklaverei (HAS). Im Auftrag der Akademie der Wissenschaften und der Literatur, Mainz hrsg. von Heinz Heinen u.a. CD-ROM-Lieferung I-II. Stuttgart: Franz Steiner 2008, s.v.   >Constantinus I.) i decurioni figurano come responsabili del loro colonus  o del loro tributarius  [Cod. Theod. 11,7,2]. Ammiano Marcellino qualifica tributarii  i barbari installati come coltivatori sulle terre dell’impero [Amm. 19,11,6; 20,4,1; 28,5,15], mentre una costituzione del 409 dirà che i barbari Sciri devono essere utilizzati dai proprietari ai quali vengono assegnati non   alio   iure   quam   colonatus  [Cod. Theod. 5,6,3; v. 17, 280]. Mentre tributarius  può essere sinonimo di colonus , inquilinus  indica una figura diversa [v. sopra I.]. In Cod. Theod. 10,12,2, tuttavia, anche l’ inquilinus , al pari del colonus , concorre al calcolo del carico fiscale del fondo, come del resto stabiliva già la  forma   censualis  ulpianea [Dig. 50,15,4,8]. Un’altra importante costituzione di Valente separa la posizione dei piccoli proprietari, che devono risultare iscritti con il proprio nome nelle liste censuali, per quanto minima sia la quantità di terra che essi posseggono, dai coloni, che invece sono iscritti al censo per conto dei loro proprietari, sui quali si ricorda che ricade la responsabilità per la riscossione dei relativi tributi [Cod. Theod. 11,1,14 = Cod. Iust. 11,48,4; v. 5, 336-339]. Questi coloni vengono denominati srcinales , in modo analogo ai coloni imperiali della costituzione di Costantino, Cod. Iust. 11,68,1. Negli stessi anni, una costituzione di Valentiniano sembra fissare al suolo tutti i coloni e gli inquilini, senza più alcuna distinzione tra quelli dell’imperatore e quelli dei privati, sulla base del  principio ereditario [Cod. Iust. 11,48,6]. È quanto conferma una costituzione di qualche anno successiva, nella quale si dice che i coloni della Palestina sono legati alla terra non   tributario   nexu , sed    nomine   et    titulo   colonorum  [Cod. Iust. 11,53,1; v. 16, 336 s.]. Ancora più chiaramente Teodosio I dice poi che in Tracia, dove viene abolita la capitatio   humana , svincolati dal legame fiscale ( colonis   tributariae   sortis   nexibus   absolutis ), i coloni non sono liberi di lasciare la terra a causa del vincolo ereditario ( ipsi   quidam   srcinario   iure   teneantur  ) [Cod. Iust. 11,52,1; v. 9, 86 s.]. Al sorgere del quinto secolo, una costituzione di Arcadio regola lo statuto giuridico dei coloni censibus   adscripti  [Cod. Iust. 11,50,2], che appare il risultato dell’evoluzione finora descritta. L’imperatore dice che i coloni sono, da una parte, liberi in quanto l’obbligo dei tributi non li assoggetta a coloro che rispondono per essi ( sicuti   ab   his   liberi   sunt  , quibus   eos   tributa   subiectos   non    faciunt  ) e, dall’altra, sono vincolati ai possessori fondiari per i quali lavorano a causa delle prestazioni annuali e della loro condizione ( ita   his , quibus   annuis    functionibus   et    debito   condicionis   obnoxii   sunt  ), a tal punto che sono quasi sottoposti ad una certa forma di servitù (  paene   est    ut    quidam   servitute   dediti   videantur  ). Il senso della prima frase è chiarito da una successiva costituzione di Teodosio II, il quale vieta agli esattori di inquietare i coloni per i debita    fiscalia . La già menzionata costituzione di Valentiniano [Cod. Theod. 11,1,14 = Cod. Iust. 11,48,4] aveva infatti disposto che i proprietari dovevano versare agli esattori personalmente o per il tramite dei loro actores  i tributi pertinenti ai loro coloni. Per quanto riguarda, invece, le prestazioni annuali ( annuae functiones ), bisogna intendere il canone, che viene ancora definito come merces  [Cod. Theod. 5,18,1,2] o come reditus  [Cod. Iust. 11,48,20]. Nel seguito della costituzione, Arcadio ricorda che (come aveva già stabilito l’imperatore Valente in Cod. Theod. 5,19,1) questi coloni non possono vendere o alienare in qualsiasi modo alcuna parte dei propri beni, denominati  peculium , senza il consenso dei domini  o  patroni  [cfr. Cod. Iust. 11,52,1,1:  possessor    eorum   iure   utatur    et     patroni   sollicitudine   et    domini    potestate ]. Ma il principale scopo della costituzione riguarda una rigida restrizione della facoltà concessa ai coloni di denunciare in tribunale i loro padroni [14, 110-114]. Per quanto riguarda le cause civili, i coloni possono accusare i loro padroni solo se vengono costretti a fornire prestazioni superiori a quelle stabilite ( superexactiones ). Si tratta, del resto, di un diritto loro riconosciuto fin dai tempi dell’imperatore Costantino [Cod. Iust. 11,50,1]. Per quanto riguarda le cause penali, invece, i coloni vengono autorizzati a rivolgersi ad un giudice se essi stessi o i loro familiari subiscono maltrattamenti dai loro padroni. Come si vede, viene qui descritto un tipo di rapporto tra coloni e padroni completamente mutato rispetto a quello regolato dal contratto di locatio   conductio , che continua ad essere applicato nel rapporto tra possessori e conductores  [Nov. Theod. 9]. Le due figure del colonus  e del conductor   sono ormai nettamente distinte nelle fonti sia giuridiche [ad es. Cod. Theod. 2,30,2] che letterarie [ad es. Aug. epist. 20,20,1]. F.   L A DIVERSA EVOLUZIONE DEL COLONATO NELLE DUE PARTI DELL ’ IMPERO   Nel corso del quinto secolo si separano le sorti dei coloni della parte occidentale e di quelli della parte orientale dell’impero, e le figure si distinguono anche sul piano terminologico: per i primi, come sinonimo di coloni, viene spesso usato il temine srcinarii , mentre i secondi appaiono talvolta denominati come -> adscripticii . Dopo le riforme di Valentiniano e Valente, le differenze tra coloni delle terre imperiali e coloni delle terre private vengono di fatto annullate, in quanto per entrambi si afferma come unico principio del vincolo al suolo quello di natura ereditaria ( ius   srcinarium ). Come dirà successivamente Onorio [Cod. Iust. 11,48,13], dal punto di vista dell’ srco  anche la condizione dei coloni e quella degli inquilini appare indistinta e quasi identica e, di conseguenza, i figli degli appartenenti ad entrambe le categorie devono seguire la condizione paterna (cfr. srco  in senso di „prole“ in Cod. Theod. 1,18,1 e 4). Sidonio Apollinare invita un amico a liberare il proprio tributario dalla condicio   coloniaria  sciogliendolo dal suo srcinalis   inquilinatus  [Sidon. epist. 5,19; v. 3, 146 s.]. La cancelleria occidentale interviene più volte per definire la posizione degli srcinarii / iae  in merito alle norme  previste dalla longi   temporis    praescriptio  [Cod. Theod. 5,18,1; Nov. Valent. 27; 31]; per vietare loro di assumere gli ordini sacri [Nov. Valent. 35]; per impedirne il matrimonio con appartenenti all’ordine curiale (definito come
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