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Postille lessicali alle lettere di Giambattista Marino

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«Lingua nostra», LXXX (2019)
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  Vol. LXXX, Fasc. 1-2 Marzo-Giugno 2019Casa editrice Le Lettere - Firenze     A  s  s  o  c   i  a   t  o  a    l    l   ’   U   S   P   I   U  n   i  o  n  e   S   t  a  m  p  a   P  e  r   i  o    d   i  c  a   I   t  a    l   i  a  n  a CASA EDITRICE LE LETTERE - FIRENZE S O M M A R I O F. M ARRI ,  Assaggi dagli Avanzi della mensa  di Olindo Guerrini   (I) . . . . . . . . . . . . 1 P. L ARSON ,  Mattasalà siculotoscano?  . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28 A. N OCENTINI , Ramogna   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30 A. P ARENTI , Un’altra parola veneziana:  furatola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 L. M ATT , Postille lessicali alle lettere di Giambattista Marino  . . . . . . . . . . . . . . 41  Su una metafora dell’avarizia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45B. G. R  USSO ,  Insegnare grammatica a fine Ottocento: il metodo “pre-fumettistico”nella Grammatichetta illustrata della lingua italiana (1898)   di G. Orsat Ponard (II) 46  Libri ed articoli   . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61 L INGUA NOSTRA intende promuovere l’interesse per la lingua italiana e lo studio dei problemi di essa, mirando a conciliare due esigenze ugualmente importanti: la consapevo-lezza di una antica tradizione e la rispondenza alle necessità moderne.La rivista, fondata nel 1939 da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto, quindi diretta da Gianfranco Folena e da Ghino Ghinassi, è ora diretta da Andrea Dardi e Massimo Fanfani. Si articola in varie parti: storico-filologica : storia della lingua; grammatica storica; etimologia, lessicologia e se-mantica storica; retorica e stilistica; metrica; storia della questione della lingua e del pensiero linguistico; storia della grammatica e della lessicografia; onomastica; testi e documenti; descrittiva : grammatica e lessicologia dell’italiano d’oggi; neologismi, forestierismi e dialettalismi contemporanei; lingue speciali e terminologie tecniche; livelli sociali di lingua; varietà regionali; l’italiano all’estero; testimonianze linguistiche di letterati e di scienziati; didattica : discussioni sulla norma linguistica e sull’insegnamento della lingua; uso delle comunicazioni di massa; esperienze di insegnanti; insegnamento della lingua agli adulti; in-segnamento dell’italiano all’estero; problemi di linguistica contrastiva e di traduzione.  Direzione : Andrea Dardi e Massimo Fanfani dell’Università di Firenze.  Redazione : Alessandro Parenti (Trento), Antonio Vinciguerra (Firenze). Comitato scientifico : Paolo Bongrani (Parma), Martin Glessgen (Zurigo), Hermann Haller (New York), Fabio Marri (Bologna), Franz Rainer (Vienna), Wolfgang Schweickard (Saarbrücken). LINGUA NOSTRA  si pubblica in fascicoli trimestrali.I contributi vanno inviati a A. Dardi (Via delle Palazzine 5, 50014 Fiesole - Firenze) o a M. Fanfani (Via Amendola 19, 50053 Empoli - Firenze).Direttore responsabile: Giovanni Gentile, c/o Editoriale Le Lettere, Via Meucci 17/19,  50012 Bagno a Ripoli (FI). Tel. 055645103; periodici@lelettere.it; www.lelettere.it.Servizio abbonamenti: Editoriale Le Lettere, via Meucci 17/19, 50012 Bagno a Ripoli (FI). Tel. 055645103; abbonamenti.distribuzione@editorialefirenze.it; www.lelettere.it.  stantivo («anciderà la fuia | con quel gigante checon lei delinque», Purg . XXXIII 44-45).Questa voce, insomma, è una personificazionedella canna, vista come parte attiva in un’azione difurto; e la formazione diminutiva sarà servita a sot-tolineare la metafora scherzosa. Un parallelo dellafigura, se serve, lo abbiamo intravisto poco fa; ve-niva dal complemento di Giuseppe Meini alla voce ladra del Tommaseo-Bellini: «  Ladra chiamano nel-le campagne fior. una canna spaccata in cima, e al-largata con un pezzetto messo a traverso; colla qua-le i monelli colgono dalle siepi uva, fichi, e sim.». Ildato è confermato da Policarpo Petrocchi: « Cannaladra Una canna spaccata in cima e ridotta con vi-mini a cestello, per còglier dalla piantale frutte» (33) . Vale inoltre la pena di notare che ladra in To-scana ha indicato anche la «tasca nascosta che si fadalla parte di dentro di un vestito, corrispondentesul petto»; l’informazione è di Pietro Fanfani e sitrova anch’essa nel lessico di Tommaseo e Bellini,dove il Tommaseo in persona ci spiega: «perchéadatta a nascondere». Qui aggiungiamo che al fian-co di ladra stanno il gergale  gagliòffa ‘tasca’, usatogià dall’Aretino (34) , e varie altre forme – l’umbro  fu-raiòla ‘tasca interna’ e l’umbro e romanesco ma-riòla ‘id.’ – a suo tempo citatedal Salvioni per giu-stificare il suo rinvio a *  fu   @  rius del gardenese  fuia ‘tasca, sacco’ (35) . C’è da fare un’ultima aggiunta: nelglossario latino-eugubino edito dalla Navarro Sa-lazar – il testo è della seconda metà del Trecento –si legge la sequenza «Hoc gaçophilaçium id est laforactola» (36) : l’edizione spiega che il lemma si-gnifica ‘cassa in cui si tenevano i denari’; l’autoredel glossario pare averlo inteso più precisamentecome ‘nascondiglio dei soldi’. 4. L’aiuto esterno ci permette ora di agguanta-re un po’ meglio la  furatola veneziana. Il modo che  LINGUA NOSTRA —41— (33) Policarpo Petrocchi, Nòvo dizionàrio universale del-la lingua italiana , Milano, Treves, I, 1887, p. 346, s. v. canna . (34) GDLI  s. v.  gaglioffa 2 . Vedi anche Boerio,  Dizionariodel dialetto veneziano , cit., p. 294,  gagiofa ‘tasca, scarsella’,e Cortelazzo, Contributo della letteratura schiavonesca , cit.,p. 279. (35) Carlo Salvioni, Note etimologiche ladine. Serie I  a , in  L’Italia dialettale , XIV (1938), pp. 79-91, a p. 85 (ora in Id.  Scritti linguistici  , a cura di Michele Loporcaro, Lorenza Pe-scia, Romano Broggini e Paola Vecchio, Bellinzona, Edi-zioni dello Stato del Cantone Ticino, 2008, IV, pp. 335-47,a p. 341). (36) María Teresa Navarro Salazar, Un glossario latino-eugubino del Trecento , in  SLeI  , VII (1985), pp. 21-155, a p.120 (n.° 827). (37) Vedi Varanini,  Aspetti della produzione e del com-mercio del vino , cit., pp. 74-89. ci pare migliore è partire dalla nozione più con-creta, cioè da quella canna che spesso operava neipiccoli furti di frutta, e in particolare di uva, e cheperciò era chiamata con un nome molto chiaro,equivalente di fatto all’italiano ladruncola . Nellaforma  furatola il nome della canna è attestato a Pa-dova e si può dunque immaginare un trapianto daquei pressi; cosa non troppo onerosa, dato che aVenezia i prodotti vitivinicoli sono sempre arrivatiin primo luogo dal Trevigiano e, appunto, dal Pa-dovano (37) . Si devono ammettere anche vari spo-stamenti di significato, e il primo può essersi pro-dotto nella locuzione a (la) furatola , in frasi conte-nenti un verbo del tipo  prendere e un oggetto chesarà stato uva : se inizialmente la sequenza volevadire – supponiamo – ‘con la (canna) ladruncola’,qualcuno forse poco familiare con l’oggetto vi avràinvece sentito ‘alla ladruncola’, cioè ‘in modo truf-faldino’, e avrà cominciato a usarla per riferirsi al-la merce che all’uva è più vicina, cioè al vino, quelvino che così spesso veniva contrabbandato, cioèvenduto con piccoli sotterfugi. E da quella locu-zione, ormai dotata del nuovo valore, la forma  fu-ratola sarà uscita mezza nuova, col significato di‘piccola truffa nella vendita del vino’, andando poianche a indicare tutte quelle bottegucce in cui il vi-no non si poteva vendere ma spesso si vendeva.La voce  furatola sarebbe insomma un’anticavoce di terraferma. Che, una volta passata nella La-guna, avrebbe subito una discreta manipolazione.A LESSANDRO P ARENTI POSTILLE LESSICALI ALLELETTERE DI GIAMBATTISTA MARINO Nel presente contributo si propongono alcu-ne annotazioni su singole parole o espressioni usa-te da Giambattista Marino nelle sue lettere. Si trat-ta in particolare di voci non adeguatamente inter-pretate da Marziano Guglielminetti nella sua edi-   LINGUA NOSTRA —42—zione (1) , benemerita, dato che da cinquant’anni co-stituisce la via d’accesso privilegiata al Marino epi-stolografo, ma superata, e obiettivamente deboleper quanto riguarda il commento, il quale apparetra l’altro piuttosto carente dal punto di vista del-l’illustrazione linguistica, non solo perché tralasciatroppi passi che necessitano di una glossa, ma an-che perché in molti casi si rivela impreciso. Le pro-poste di correzione che qui si presentano hanno loscopo di fornire un servizio utile agli studiosi (Cli-zia Carminati ed Emilio Russo) che stanno lavo-rando alla nuova edizione, la quale da quanto si sadovrebbe ormai essere a buon punto (2) .Si riportano i passi in questione (3) evidenziandole espressioni oggetto di annotazione in caratterespaziato; di seguito si trascrivono la chiosa di Gu-glielminetti e la proposta alternativa, corredata dauna sintetica spiegazione, basata su riscontri lessi-cografici (4) , integrati in qualche occasione da riman-di ad attestazioni interessanti reperite attraverso l’in-terrogazione della  LIZ  (5) e di Google ricerca libri  (6) .  LF  , n° 29, p. 45: «ne ho ragionato col mio cardina-le, il quale mi ha promesso difare ufficiocon l’au-ditor della Camera per V.S.». In luogo di «interessarsi»si propone ‘intervenire con una raccomandazione’. In GDLI  , s. v. ufficio , questo passo mariniano è corretta-mente inserito, insieme a molti altri (che testimoniano diun uso esteso dal Trecento al Novecento), a documenta-re la seguente accezione: «Attività, intervento che, sen-za obbligo o remunerazione, si compie nell’interesse diqualcuno presso terze persone. – In partic.: caldeggia-mento, sollecitazione, istanza; appoggio, avallo; inter-cessione, raccomandazione».  LF  , n° 12, p. 21: «Né aspetterò io il giudicio suo perriaverne cerimonie, ma l’astringoa voler rittoccarlo[ scil. un componimento] e frastagliarlo, e dove e come leparrà». In luogo di «prego» si propone ‘le comando’.Del verbo astringere non è documentato nei dizionari ilsignificato di ‘pregare’, mentre è comune quello di «Co-strignere» (come si legge già in Crusca I, s. v. astrignere ).Interessante la definizione del TB: «È men di Costrin-gere»; gli esempi ivi allegati mostrano comunque che ilverbo indica un obbligo, ma forse è possibile rinvenirviuna connotazione meno netta, che si attaglia benissimoal passo mariniano, in cui si richiama un debito di ami-cizia, peraltro notificato ad un destinatario (Giambatti-sta Manso) socialmente superiore.  LF  , n° 26, p. 41: «È un mese ch’io mi ritrovo maldisposto in letto; non già che il male sia grave o perico-loso, ma per rispetto d’un’enfiaturami conviene gia-cere e tenere la persona impedita». In luogo di «bub-bone» si propone ‘gonfiore esteso’. A riscontro, si vedal’inizio della lettera successiva: «Ancor me ne giaccio inletto, come scrissi a V.S.; se bene spero che risolvendo-si un gonfiamento, che mi tiene impedito (secondo chemi dicono i medici), potrò fra quattro o cinque giorni le-varmi» (p. 43). È ipotizzabile che come sinonimo di bubbone Marino avrebbe usato semmai enfiato ; la dif-ferenza è ben sintetizzata nel TB, s. v.: «Nell’enfiato c’èun punto che sovrasta più o meno agli altri circostanti: Enfiatura può essere di tutta una parte del corpo». Il GDLI  accoglie il passo mariniano, ma è impossibile sta-bilire come venga interpretato, visto che le due acce-zioni in questione, e altre affini, sono documentate in-sieme (probabilmente tale scelta si spiega con la diffi-coltà in alcuni casi di distinguere con certezza sulla ba-se dei contesti): «Il gonfiare, il gonfiarsi; enfiagione. – Insenso concreto: foruncolo, ascesso, edema, enfisema,bubbone».  LF  , n° 33, p. 51: «se V.S. vorrà da mia parte dare un“schiavo di V.S.” alla napolitanaal signor capitanoGian Francesco Tomasoni [...]». In luogo di «molto ca-lorosamente» si propone ‘in modo molto cerimonioso’.Il passo di Marino è opportunamente allegato nel GDLI  ,s. v. napoletano , per documentare la locuzione alla na- poletana «Con valore aggettivale: estremamente cerimo-nioso, servile, affettato o, anche, enfatico, lezioso(un’espressione, un gesto)». Più che gli altri pochi esem-pi ivi riportati costituisce un perfetto riscontro un’atte-stazione epistolare cinquecentesca: «Non voglio entrarein cerimonie di ringraziamenti, acciochè non crolliate la (1) Giambattista Marino,  Lettere , a cura di MarzianoGuglielminetti, Torino, Einaudi, 1966. (2) Il progetto è stato presentato da Clizia Carminati, Per una nuova edizione dell’epistolario di Giovan Battista Marino. Testi inediti  , in  Studi secenteschi  , LIII 2012, pp.313-41. (3) La sigla  LF  sta per  Lettere familiari  ,  LB per  Lettereburlesche ,  LP  per  Lettere poetiche. (4) Si fa riferimento ai seguenti repertori: Vocabolariodegli Accademici della Crusca , Venezia, Alberti, 1612 (Cru-sca I); Niccolò Tommaseo-Bernardo Bellini,  Dizionario del-la lingua italiana , Torino, Unione Tipografico-Editrice,1861-1879 (TB); Grande dizionario della lingua italiana ,fondato da Salvatore Battaglia, Torino, UTET, 1961-2002( GDLI  ); Manlio Cortelazzo-Paolo Zolli,  Dizionario etimo-logico della lingua italiana , 2 a ed. a cura di Manlio Corte-lazzo e Michele A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 1999(  DELI  ); Grande dizionario italiano dell’uso , ideato e diret-to da Tullio De Mauro, Torino, UTET, 2007 3 ( GRADIT  ). (5)  Letteratura Italiana Zanichelli  [su CD-ROM], a cu-ra di Pasquale Stoppelli e Eugenio Picchi, versione 4.0, Bo-logna, Zanichelli, 2001. (6) Questo articolo costituisce un’integrazione a LuigiMatt, Neologismi e voci rare delle lettere di Giambattista Ma-rino (con uno sguardo all’epistolografia cinquecentesca) , in  SLeI  , XIX 2002, pp. 109-82. Le parole di cui ci si occupanon sono state affrontate in quel lavoro, che è incentratoesclusivamente sulla componente neologica della scritturaepistolare di Marino; fanno eccezione poche voci su cui siritorna ora per offrire qualche riscontro ulteriore, indivi-duato nel frattempo, a sostegno delle interpretazioni pro-poste a suo tempo.   LINGUA NOSTRA —43— (7) Vittoria Gambara,  Rime e lettere , raccolte da FeliceRizzardi, Brescia, Rizzardi, 1759, pp. 152-53. (8) Cfr. Matt, Neologismi e voci rare , cit., pp. 152-53. (9) Giovanni Giacomo Ricci,  Il maritaggio delle Muse ,Orvieto, Fei e Ruuli, 1625,p. 146. È ben probabile che Ric-ci sia influenzato da Marino; non dalla lettera, nel 1625 an-cora inedita, ma dalla  Murtoleide , in cui si legge il verso «Tunon potrai sca(m)par, da Gniffe, e Gnaffe» (  La Murtoleide fischiate del cavalier Marino con la Marineide risate del Mur-tola , Norinbergh, Stamphier, 1619, p. 69). (10) Identica glossa in Giambattista Marino, Opere scel-te , a cura di Giovanni Getto, Torino, UTET, 1954, p. 81. testa, scrivendomi come l’altra volta, che io proceda al-la Napolitana» (7) .  LF  , n° 47, p. 75: «in effetto ancora mi fischiano leorecchie della sparata che fece la botta, la qual parvequasi un’artiglieria. Credo che voleva darmi un  gnif- fe gnaffe ». In luogo di «procurarmi uno sfregio» sipropone ‘giocarmi un brutto tiro’. Alle argomentazioniprodotte a suo tempo (8) si può aggiungere ora il riscon-tro di un testo comico secentesco in cui la locuzione  fa-re gniffe e gnaffe vale inequivocabilmente ‘prendere ingiro, burlare’: «Son le tue cose gofferie sì goffe / Che ifanciulli ti fanno gniffe e gnaffe» (9) .  LF  , n° 48, p. 77: «[Murtola] ha divulgata una voce,in cui si duole d’essere stato da me offeso nell’onore; eche l’avere io procurato di svergognarlo con rime satiri-che, toccando l’onestà delle sue attenenti, è stata laprincipal cagione che l’ha stimolato a ciò fare». In luogodi «sorelle» (10) si propone ‘parenti’. Che si tratti delle so-relle di Gaspare Murtola è dimostrato dal confronto conun passo della lettera n° 47: «la voce, che va spargendoquel furfante per coprir la sua invidia, ch’io l’abbia conpoesie ingiuriose ed infamatorie offeso nell’onore dellesorelle» (p. 74); della voce attenente , però, è noto solo ilsignificato generico di ‘parente’: Marino ha qui sceltoevidentemente di utilizzare un iperonimo.  LF  , n° 49, p. 97: «Le Muse son come gli usignuoli,i quali mentre stanno cantando sopra un’arbore, se sen-tono lo scoppio del cacciatore, sbalorditi dalla paurascampano via, e non vi ritornano a trescarper un pez-zo». In luogo di «amoreggiare» si propone ‘saltellare suirami’. L’accezione che qui si suggerisce è registrata in GDLI  sulla scorta di esempi di Niccolò Liburnio e Lu-dovico Di Breme. Si noti che nel significato di ‘avere unarelazione amorosa’ il verbo sembra attestato solo nel Set-tecento; il  DELI  lo data agli anni 1777-78 (da un’atte-stazione di Antonio Piazza), mentre il GDLI  , prima diun esempio di Ambrogio Cattaneo (databile generica-mente av. 1751) riporta un passo di Matteo Bandello incui però, come si vede leggendo una porzione testualepiù ampia di quella citata nel dizionario, il verbo pareavere il significato di ‘danzare’, comune nell’italiano an-tico: «A tutti per lo più piace andar alle feste degli altri,e star sui canti e balli, ma nessuno vorrebbe codesti ba-gordi in casa. Tutti vorrebbero che i lor signori stessero (11) Cito da Matteo Bandello, Opere , a cura di France-sco Flora, Milano, Mondadori, 1952, p. 1089. (12) Cfr. Matt, Neologismi e voci rare , cit.,  passim . (13) Cfr. Francesco D’Ascoli ,  Dizionario etimologico na- poletano , Napoli, Edizioni del Delfino, 1979, s. v. (14) Sulla base di quest’ultimo brano la voce è stata in-serita in Matt, Neologismi e voci rare , cit., p. 147; per unasvista ivi non è stato allegato anche il passo della lettera n°93. allegri e sull’amorosa vita; perciocché pare, come il si-gnore è innamorato, che tutti i sudditi suoi stiano in gio-ia e in festa; ma a nessuno aggradisce che in casa sua conle sue donne si treschi» (11) .  LF  , n° 57, p. 108: «io pretendo d’essere in sicuropossesso della sua grazia e di non poterne cadere perdubbio in diffidanza, né per debito in contuma-cia». In luogo di «diffidenza, perdita» e «superbia» sipropone ‘ostilità’ e ‘disgrazia’. L’unico significato docu-mentato in GDLI  , s. v. diffidenza , della locuzione caderein d. di qualcuno è «suscitarne i sospetti, l’ostilità». En-trambe le accezioni di contumacia sono possibili, maquella di ‘disgrazia’ (per cui in GDLI  , s. v., si portano va-ri esempi cinquecenteschi) si attaglia meglio al contesto.Il senso del passo è limpido: Marino ostenta sicurezza ri-guardo all’impossibilità di cadere in disgrazia presso ildestinatario.  LF  , n° 63, p. 121: «né io posso persuadermi chequesto serenissimo signore, essendo prencipe cristianoe coscienziato, ancorché sia meco in ira, voglia peròritenersi il mio». In luogo di «leale» si propone ‘co-scienzioso, timorato’. Cfr. TB, s. v.: «Che è di buona co-scienza o Che si reputa di buona coscienza. [...] segna-tam. di pers. Coscienziato pare più pr. [ scil. di coscien-zioso ], appunto come Timorato , e sim.».  LF  , n° 93, p. 163: «Io mi ero quasi risoluto di scri-vere una lettera assai sensitiva e piccante allo Schidone,lamentandomi di lui che dopo l’avermi fatto stentare cin-que anni una bagattella, alla fine mi abbia mancato diparola; e dicendogli che lo disgraziavo, ancorchél’avesse fatto». In luogo di «non gli ero grato» si propo-ne ‘lo maledicevo’. In questo significato, che appare piùcalzante nel contesto, il termine è sconosciuto ai dizio-nari italiani; ma il suo uso si può facilmente spiegare: sitratterà di uno dei napoletanismi che Marino adoperavolentieri nella sua scrittura epistolare (12) : infatti, in na-poletano esiste il verbo desgrazià ‘maledire’ (13) . Peraltro,è questo il significato che disgraziare ha inequivocabil-mente in un’altra lettera: «Cominciarono le mie sventu-re quasi nel principio della mia vita da colui che m’ave-va data la vita, ch’in ciò solo il riconobbi per padre: midisgraziò, mi discacciò, mi perseguitò» (F65, 125) (14) .  LF  , n° 119, p. 202: «un certo libretto intitolato  La Mergellina di Giulio Cesare Capaccio, che è una speciedi piscatoriadi prose e di rime». In luogo di «com-ponimento d’argomento marittimo» si propone ‘raccolta
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